La guerra di Pechino al Covid surgelato

La guerra di Pechino al Covid “surgelato”

La Republica News
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PECHINO – In principio fu il salmone importato. Dove la parola chiave non era “salmone”, poteva trattarsi di qualunque pesce, quanto “importato”. Quando a giugno un nuovo focolaio di coronavirus scoppiò in un mercato di Pechino, le autorità cinesi, che avevano dichiarato sconfitta l’epidemia, diedero la colpa a un trancio di salmone, arrivato surgelato dalla Norvegia con una spruzzata di coronavirus. Da allora la teoria del cibo contaminato ha continuato ad essere accettata in Cina, scatenando serrati controlli alle dogane, con tamponi a tappeto su tutti i prodotti sotto zero in arrivo nei porti del Paese. Mai del tutto provata, mai del tutto smentita, molto funzionale alla narrazione del regime secondo cui il virus nel Paese non esiste più, il pericolo viene dall’estero. Ora però di questa teoria la Cina dice di aver pure le prove: il Centro nazionale per il controllo delle malattie ha annunciato di aver isolato per la prima volta un campione attivo di virus, quindi capace di contagiare l’uomo, dagli imballaggi di un carico di pesce surgelato importato. Merluzzo, stavolta. Il patogeno è stato trovato in una partita arrivata al molo di Qingdao, la città in cui due settimane fa si è verificato l’ultimo (mini) focolaio di Cina, partito proprio da due lavoratori del porto.Dunque Pechino aveva ragione? Il virus si può trasmettere davvero attraverso i surgelati? Può sopravvivere ibernato a lunghe traversate in container nella cosiddetta “catena del freddo” e liberarsi una volta arrivato a destinazione? Secondo gli scienziati cinesi, che finora sui prodotti a lunga conservazione avevano trovato solo frammenti inattivi del patogeno, la nuova scoperta conferma che bisogna “fare attenzione al rischio di importare il virus attraverso i surgelati, così come ci si protegge dall’ingresso di persone infettate dall’estero”. Pericoli “importati”, la parola cara alla propaganda, da cose o da uomini: ogni giorno nel loro bollettino le autorità cinesi indicano il numero di persone contagiate arrivate da oltre confine, casi “importati” appunto, distinguendoli da quelli “locali”, da mesi a quota zero.
Prima di colpevolizzare i surgelati però, e magari convincere i consumatori che il salmone è velenoso, come successe lo scorso giugno in Cina, la cautela è d’obbligo. Primo: il patogeno è stato individuato sulle scatole, non sul cibo. Secondo: i dettagli sono vaghi, le autorità non hanno stabilito legami tra i pacchi su cui è stato trovato il virus e i due portuali positivi. Infine, anche se in alcune circostanze il coronavirus può sopravvive per settimane sotto zero, l’ipotesi che poi contagi l’uomo appare remota. Gli americani lo escludono, ma gli stessi scienziati cinesi dicono che la possibilità è “molto bassa”: su 3 milioni di tamponi fatti sui surgelati dalle dogane del Dragone, appena 22 sono risultati positivi. Una goccia ininfluente nel mare di droplet che ha diffuso il Covid-19 in tutto il mondo. Ma non è quello che interessa al regime. Perché la Cina ha dichiarato vinta la guerra contro il virus, quello che il nemico americano bollava come “cinese”. Perché la propaganda, pur non dicendolo esplicitamente, ha diffuso nei cittadini la convinzione che il contagio interno sia azzerato, anche se magari qualche caso circola ancora sotto i radar. Perché ogni nuovo focolaio deve quindi, per definizione, arrivare dall’esterno. Importato. E magari surgelato. 


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