La guerra non è (mai) una fiction

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La didascalia della sequenza da cui è estratta questa foto parla di corpi che “giacciono in una strada a Bucha, a nord-ovest di Kiev”. Non ci sarebbe altro da aggiungere, se non fosse che per qualcuno – leggo da cronache purtroppo italiane – “la guerra in Ucraina è come una fiction”. Chi ha scritturato quindi queste comparse, che si fingono esanimi sull’asfalto umido, fangoso, dissestato? Il regista ha pensato bene di coinvolgere anche un cane adeguatamente addestrato. Eccolo lì, sosta vicino all’uomo disteso, con la bicicletta caduta ai suoi piedi.

Nella “fiction della guerra”, è un dettaglio davvero efficace, una trovata riuscita. Perché poi lo spettatore della “fiction” (e di questa fotografia) finisce per immaginare chi era quell’uomo in bicicletta, prima di essere atterrato. O quell’altro – anche lui era in sella alla sua bicicletta. E quell’altro, e quell’altro ancora. Quello con le mani legate dietro la schiena. Quello con i pantaloni chiari. E la donna con le chiavi di casa appena cadute di mano? Qual è il suo nome? E quali sono i nomi di tutti i civili seppelliti nelle fosse comuni? Comparse, si diceva. La tragedia è proprio questa. E non è una fiction. Gli attori sono quelli salvi, quelli in primo piano, ne conosciamo i nomi e i cognomi.

Le comparse sono quelle che tornano a casa stringendo le chiavi. Quelle in sella a una bicicletta azzurra, come quest’uomo, fino a un attimo prima di ritrovarsi a terra, tra asfalto e fango, senza vita e senza nome, con un cane accanto.

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