La guerra Putin contro la giustizia internazionale

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Sarebbe un grave errore credere che la guerra condotta dal regime di Putin (intendendo non solo l’individuo Putin, ma il rigido apparato che ha costruito in 25 anni) sia ‘soltanto’ contro l’Ucraina – e in prospettiva, se ne avesse la capacità, contro altri Stati della regione. Se l’invasione su larga scala, dopo le sottrazioni di territorio iniziate nel marzo 2014, è già in sé un colpo mortale al quadro di sicurezza europeo di cui la stessa Federazione Russa è parte come membro dell’Osce, nelle ultime settimane il regime ha mostrato di essere in guerra con altri mezzi contro l’intero sistema delle organizzazioni internazionali incardinate sui princìpi fondamentali delle Nazioni Unite, e in particolare contro gli organismi giurisdizionali.

La prima corte internazionale ad avere preso una decisione urgente ‘provvisoria’ sulla guerra è stata la Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo, che fin dal 29 febbraio ha evidenziato il “rischio di gravi violazioni dei diritti della popolazione civile”, citando il diritto alla vita, la proibizione della tortura e di trattamenti inumani o degradanti e il diritto al rispetto della vita privata e familiare e ordinando di astenersi dall’attaccare civili, scuole e ospedali. A queste disposizioni e alle dure critiche del Consiglio dei Ministri del Consiglio d’Europa, del quale la Corte è un organo, la Federazione Russa ha reagito annunciando l’uscita dall’organizzazione – parallelamente alla sua espulsione votata all’unanimità (con tre astensioni) dall’Assemblea Parlamentare del Consiglio. La Federazione Russa cesserà anche di essere parte della Convenzione europea dei diritti umani e delle libertà fondamentali dal 16 settembre; e la Corte potrà ancora esaminare dei ricorsi individuali contro lo Stato russo solo se presentati entro quella data.

Quando poi, il 16 marzo, la Corte Internazionale di Giustizia (istituita dalla stessa Carta delle Nazioni Unite nel 1945) ha ordinato alla Federazione Russa di “sospendere immediatamente le operazioni militari iniziate il 24 febbraio nel territorio dell’Ucraina”, lo ha fatto considerando che non c’è alcuna evidenza che l’Ucraina stesse – come preteso dalla propaganda del Cremlino – commettendo un ‘genocidio’ contro persone di lingua russa nell’Est del Paese: cosa che per il diritto internazionale sarebbe potuta essere l’unica motivazione eventualmente accettabile dell’invasione (ma, anche in quel caso, con un dubbio espresso dalla presidente della Corte). Il fatto che la decisione sia stata votata da 13 giudici su 15, con i soli voti contrari dei giudici russo e cinese, evidenzia anche un altro aspetto: sebbene i giudici (eletti per nove anni con il voto concorde dell’Assemblea Generale e del Consiglio di Sicurezza dell’ONU) debbano essere assolutamente imparziali e non rappresentare in alcun modo gli Stati dei quali sono cittadini, in realtà quando si tratta di regimi totalitari questo elementare criterio di giustizia può di fatto cadere.

L’altro organismo chiamato a pronunciarsi sulla guerra in corso è la Corte Penale Internazionale, competente a giudicare individui per crimini di aggressione, di guerra, contro l’umanità e di genocidio. A differenza che delle altre corti citate, di questa la Federazione Russa non è parte, non avendo ratificato lo Statuto di Roma che la istituì nel 1998. Il fatto che l’Ucraina (pur non essendone parte) abbia però richiesto fin dal 2014 alla Corte di indagare su crimini di guerra e contro l’umanità commessi sul proprio territorio e che l’indagine sia stata avviata dal procuratore e richiesta anche da 41 Stati membri rende però possibile l’imputazione e l’eventuale giudizio di qualsiasi responsabile di tali crimini, dal semplice soldato fino a chi dia l’ordine di commetterli e in ultima analisi allo stesso Putin. Se è molto difficile per la Corte riuscire a processare dei capi di Stato (dato che, per massima garanzia degli imputati, i suoi processi non possono svolgersi in contumacia), un’incriminazione di Putin e il relativo mandato di cattura internazionale avrebbero un peso politico enorme; e anche i processi ad alcuni altri responsabili dei crimini, prevedibili pur se dopo lunghe e complesse indagini, avranno una considerevole rilevanza.

L’abuso sistematico dell’Interpol da parte delle autorità russe al fine di perseguitare oppositori politici all’estero ha intanto portato diversi Stati democratici a chiedere la sospensione della Federazione Russa anche da questa organizzazione. Il 10 marzo il Comitato Esecutivo dell’Interpol, in cui siede attualmente una maggioranza di rappresentanti di regimi autoritari, ha votato no alla sospensione, ma non ha potuto evitare di stabilire che le richieste di arresto russe ad altri Stati dovranno ora avvenire non più direttamente, ma attraverso gli organi dell’Interpol “per maggiore supervisione e monitoraggio”.

Di fronte a tutto questo, oltre che con l’intensificarsi della propria campagna globale di disinformazione sia verso l’esterno che con la cappa dottrinaria e penale calata sui propri cittadini, il regime di Putin si prepara a rispondere con una nuova ‘dichiarazione di guerra’ al diritto internazionale. A Mosca infatti diversi uffici governativi e la Procura Generale (che in Russia, non essendo indipendente la magistratura, è anch’essa parte del potere esecutivo) avrebbero ricevuto l’ordine di predisporre l’istituzione di un ‘tribunale internazionale alternativo’, composto da giudici russi e di ‘Paesi amici’. Un’ulteriore separazione dal mondo, ideologicamente considerato come nemico, in cui si segue una civiltà giuridica codificata a partire dal 1945 dalla Carta delle Nazioni Unite, dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e dalle successive convenzioni in materia.

* Antonio Stango è presidente della Federazione Italiana Diritti Umani e docente di International organisations and human rights

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