La makeup artist dei Maneskin: “Quei ragazzi hanno idee chiare sulla loro identità e nessun preconcetto”

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In tempi recenti il make up maschile ha acquisito una certa popolarità tra le giovani generazioni desiderose di scardinare le (pre)concezioni di genere. Complici anche personaggi come il rapper ASAP Rocky, la pop star Harry Styles o l’attore Jared Leto, i quali spesso appaiono pubblicamente con unghie pitturate o occhi truccati senza che questo venga inteso come una diminuzione della loro mascolinità, e diversi beauty influencer, come James Charles o Manny Gutierrez. Ma a sdoganare questo trend in Italia sono stati soprattutto i Maneskin – il gruppo che ha conquistato il primo posto all’Eurovision Song Contest e la platea americana con i Rolling Stones a Las Vegas –, vere e proprie icone del verbo genderless; e ora spopolano i tutorial che insegnano a truccarsi come loro.

«Oggi è tutto più fluido: la Gen Z è molto ricettiva e usa i social per lasciarsi ispirare» commenta Chantal Ciaffardini, la make up artist che ha realizzato alcuni dei look più copiati della band.
Nonostante una passione coltivata sin da piccola, Ciaffardini non aveva mai pensato che il trucco potesse diventare una professione, finché non aveva iniziato ad accettare qualche lavoro per pagarsi gli studi universitari. La sua ispirazione primaria, racconta, viene sempre dalla persona che ha davanti: «Dal volto, ma anche dal modo di muoversi e dallo stile, ma cerco sempre arrivare a un risultato inatteso – il mio ideale estetico contempla l’imperfezione».

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Il primo lavoro con il quartetto rock è arrivato grazie al brand Yves Saint Laurent Beauté in occasione della 71esima edizione del Festival di Sanremo, nel 2021, ma le affinità elettive tra loro hanno dato seguito a questa collaborazione. «I Maneskin hanno le idee molto chiare sulla loro identità e questo non ha fatto che facilitare il mio compito; all’interno del loro gusto è stato possibile sperimentare parecchio poiché in effetti non hanno preconcetti in fatto di look». Damiano, il frontman, ha dichiarato di aver provato a truccarsi per la prima volta spinto dalla bassista Victoria – e sebbene all’inizio gli amici si fossero presi gioco di lui, presto la cosa aveva smesso di suscitare reazioni.

Del resto, questi gesti non sono una novità del XXI secolo, gli uomini hanno decorato i loro volti storicamente. Gli archeologi hanno scoperto scatole di cosmetici all’interno delle tombe dei faraoni d’Egitto, e probabilmente anche alla corte del Re Sole gli uomini erano i pavoni più colorati. Gli stessi David Bowie, Robert Smith, Prince erano interpreti di questo retaggio.

Quando i Maneskin hanno incontrato Chantal Ciffardini non erano naturalmente neofiti: «Ma una cosa è cambiata: abbiamo smesso di badare a certe regole consolidate» chiosa la make up artist. «Infatti, la prima regola che t’insegnano ai corsi è che esiste un trucco maschile e un trucco femminile – ad esempio, lo stesso kajal nero trova su uomo e donna un diverso tipo di applicazione. Invece con loro non ci facciamo influenzare, e magari accade che su Vic faccia uno smokey anche più sporco di quello che eseguo sui ragazzi; quindi non c’è più distinzione tra maschile e femminile. Tant’è che i look realizzati per i ragazzi sono stati replicati soprattutto da donne e mi piace molto questa trasversalità».

Rispetto ai look più “costumy” delle rock star degli anni Settanta o Ottanta, si va in una direzione che riconcilia il make up con la quotidianità, non più necessariamente confinato all’ambito dello spettacolo o della controcultura: «Può avere accenti glam o rock, ma in definitiva deve essere elegante e portabile. Occorre progettarlo in equilibrio con degli outfit molto forti; è un bel lavoro di squadra: siamo tutti d’accordo nel voler realizzare qualcosa di originale ma mai eccessivo o di poco gusto».

E tuttavia, anche fuori dalle scene, racconta Ciaffardini, i componenti della band amano giocare con il maquillage: «Magari non è un look completo, può essere solo un po’ di matita nera. Ma come per tutti noi, è normale che ci siano volte in cui ci sentiamo bene con un po’ di trucco, altre in cui non ne vogliamo proprio sapere. Credo sia auspicabile a questo proposito una libertà totale: come dovrebbe essere per noi donne».
E sempre riflettendo sulle politiche misogine del make up aggiunge: «Sai, a Roma, quando una donna non è truccata le chiedono “Che hai fatto, sei stanca?” “Hai pianto?” “Stai male?” Ecco ho sempre mal sopportato questi atteggiamenti, e più passa il tempo più mi piace la donna meno truccata e l’uomo più truccato».

In effetti, in giro si vedono sempre più ragazzi con un po’ di trucco. «La tendenza genderless che mi piace maggiormente è quella dello sguardo in primo piano» commenta. «Ma credo che, in generale, la percezione di cosa sia possibile stia lentamente cambiando. Io ho un papà di 60 anni e ogni tanto mi chiede “non hai qualcosa per le borse?”. Ovviamente si riferisce a una crema per il contorno occhi o qualcosa del genere, però si capisce che per un uomo della sua generazione anche questa è una novità. La questione va al di là della crisi di mezz’età e riguarda il fatto che tutto quello che era femminile adesso è anche maschile – passando sì per la skincare, ma anche per un make up leggero che uniforma l’incarnato o il correttore per cancellare le imperfezioni della pelle».

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Per Ciaffardini tutto ciò è una buona notizia perché «va di pari passo con l’annullamento di un concetto di machismo tossico, dove l’uomo deve essere così com’è e se ti metti una certa cosa allora sei una donna». Il trucco mantiene tuttavia una residuale componente di sovversione. «Purtroppo non è per tutti possibile farsi degli smokey eyes per andare al lavoro – specialmente in certi ambienti risulta ancora un po’ scioccante –; però quante cose erano scioccanti prima e adesso non lo sono più?» si chiede, lasciando intendere che i Maneskin, le nuove generazioni e chi non ha paura ad abbracciare queste forme di autoespressione ci stiano dicendo che il make up è per tutti. E conclude: «Penso davvero che stiamo andando verso una normalizzazione del make up per l’uomo».

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