La maledizione di Credit Suisse: troppi scheletri nei caveau

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LUGANO –  “Quello che, un tempo, era il fiore all’occhiello del sistema bancario svizzero oggi ha un’azione che vale quanto un kebab”. L’efficace e impietosa descrizione di come una serie di scandali e di gestioni dirigenziali poco oculate abbiamo svalutato immagine e capitalizzazione di Credit Suisse è di Mathilde Farine, del quotidiano Le Temps di Ginevra. Farine si riferiva alla multa di 475 milioni di dollari pagata lo scorso autunno dall’istituto elvetico per aver finanziato un progetto in Mozambico a favore della pesca del tonno, risoltosi con il pagamento di colossali bustarelle a notabili locali.

Credit Suisse, profondo rosso nei conti 2021: l’anno da incubo della banca elvetica tra scandali, accuse e investimenti sbagliati

Ecco, la storia più recente di Credit Suisse, secondo istituto svizzero per importanza, è all’insegna di una spregiudicatezza maldestra. Pensiamo solo a come lo scorso gennaio il brillante banchiere Antonio Horta-Osorio si sia dovuto dimettere dalla carica di presidente per aver violato a due riprese la quarantena. Doveva essere l’uomo del rilancio della banca, quantomeno dal punto di vista dell’immagine, invece ha contribuito ad appannarla ulteriormente.

Horta-Osorio è stato sostituito da un uomo dal profilo meno effervescente, lo svizzero Axel Lehmann, il quale non aveva ancora preso del tutto le misure del suo ufficio che domenica sera gli sono arrivati, tra capo e collo i “Suisse Secrets”. Frugando tra i nominativi dei clienti della banca un interno ha fatto arrivare a un pool di giornali 30 mila nomi, tra cui trafficanti, dittatori e altri personaggi poco raccomandabili.

Trafficanti di uomini, faccendieri, autocrati: tutti i clienti su cui Credit Suisse ha chiuso un occhio

La banca ha replicato parlando di vicende superate, visto che il dossier parte dagli anni ’40 e arriva fino al 2010. «È vero che queste rivelazioni riguardano episodi datati, tuttavia provocano un indubbio danno di immagine, rischiando di far vacillare la fiducia della clientela», ha dichiarato, al quotidiano Blick di Zurigo il giurista Peter Kunz, dell’università di Berna. Cosa già successa, peraltro alla sede di Ginevra della banca britannica Hsbc. Nel 2009 un informatico francese, Hervé Falciani, trafugò e trasmise all’allora ministra delle finanze transalpina, Christine Lagarde, i nominativi di 130 mila clienti, presunti evasori fiscali.

Va detto che oggi, dopo l’accordo per lo scambio automatico di informazioni fiscali tra Berna, l’Ue e gli Stati Uniti, sia a Credit Suisse che nelle altre banche svizzere i capitali in nero non sono più accettati e tutti i clienti sono stati invitati a mettersi in regola. Esemplare, al riguardo, una telefonata intercettata dall’Antimafia italiana in cui, nel 2009, un esponente della ‘Ndrangheta, Antonio Velardo, titolare di un conto al Credit Suisse, se la prendeva con la Svizzera, definendola “Un Paese di m…”, avendo intuito che Berna, pressata da Stati Uniti, Francia e Germania, si stava preparando a far cadere il segreto bancario. Il che avvenne dal primo gennaio 2017.

Un interrogativo sollevato dagli addetti ai lavori è perché gli “Suisse Secrets”, contrariamente ai “Pandora Papers” o ai “Panama Papers”, prendano di mira un solo obbiettivo, in un Paese pieno di banche. È possibile, come ha rilevato lo stesso Credit Suisse, che attraverso di lui sia stato portato un attacco all’intera piazza finanziaria svizzera. Fatto sta che le nuove rivelazioni minacciano ulteriormente la reputazione di una banca che nella sua storia ha spesso dato l’impressione di chiudere gli occhi sulla provenienza dei soldi che le arrivavano in casa: dai fondi dei simpatizzanti nazisti ricevuti dall’Argentina negli anni ‘30 alla struttura parallela creata a Chiasso negli anni ‘70 per attirare capitali italiani frutto di evasione fiscale.

Negli ultimi mesi gli scandali sono tornati a ripetizione e in varie declinazioni. Partendo da quello che, nel 2020, è costato il posto all’amministratore delegato franco-ivoriano Tidjane Thiam. Temendo che il responsabile della gestione patrimoniale, Iqbal Khan, stesse per passare alla rivale Ubs, lo fece pedinare per giorni, finché l’operazione venne interrotta dalla polizia nel pieno centro di Zurigo. Partito Thiam, ed ecco che la bufera torna ad investire Credit Suisse a seguito delle perdite miliardarie in due fondi di investimento, Archegos negli Stati Uniti e Greensill Capital tra Australia e Gran Bretagna.

Il risultato è che, nel 2021, l’azione ha perso il 23%. Ieri, dopo la pubblicazione degli “Suisse Papers”, il titolo è finito nuovamente in calo, con una flessione di quasi il 3%. Non ci voleva questa ulteriore inchiesta a una banca che, nel passato, non ha certo lesinato gli episodi tutt’altro che commendevoli. Come dimostra il processo, in corso in questi giorni al Tribunale Penale Federale di Bellinzona, che vede un consulente di Credit Suisse accusato di aver riciclato i proventi del traffico di droga della mafia bulgara.

«Credit Suisse ha sofferto di una vera e propria cultura del rischio e adesso sta correndo ai ripari», dice Luc Thévenoz, direttore del Centro di diritto bancario e finanziario dell’Università di Ginevra. «Oggi Credit Suisse ha, ai propri vertici, persone in grado di ridare tranquillità alla banca», dice a Repubblica Giovanni Barone Adesi, professore ordinario di teoria finanziaria all’università della Svizzera Italiana di Lugano. Sperando che dall’armadio dei conti non escano altri scheletri finanziari. «L’amministratore delegato Thomas Gottstein – rileva dal canto suo Stefan Bettmettler su Handelszeitung – deve ripristinare la reputazione di Credit Suisse come gestore patrimoniale. Se vuoi giocare in prima linea non dovresti essere esente da sospetti».

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