La missione italiana nel Mediterraneo allargato

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C’è un filo rosso che lega la tragica invasione dell’Ucraina al Mediterraneo, al Vicino Oriente passando per l’Africa. Non solo per l’evidente interconnessione che avvicina il mondo ma perché la traumatica rottura nel cuore dell’Europa ha prodotto due importanti crisi globali: quella umanitaria e quella energetica. Le crisi globali per loro natura hanno un epicentro, in questo caso l’Europa e, tuttavia, con la forza e la velocità di un’onda d’urto possono dispiegare i loro effetti molto più lontano. In una relazione, per così dire, di “influenze reciproche”, scenari lontani possono essere investiti dagli effetti dell’ “evento maggiore” (la guerra) così come le risposte date in quei territori possono condizionarne l’andamento e financo l’esito. Ecco perché non si può prescindere da quello che, oggi, comunemente chiamiamo Mediterraneo allargato. Un quadrante cruciale per gli equilibri ed il futuro del pianeta, tuttavia, per troppo tempo sottovalutato e che ha visto un notevole aumento dell’influenza politico militare della Russia. Dalla Siria alla Libia. Dal Sahel al Centrafrica.

L’Europa ha, finora, gestito con solidarietà ed efficienza la più grave crisi umanitaria della sua storia unitaria. Non era scontato che avvenisse. Tuttavia, non sfugge a nessuno che un altro pezzo della partita si gioca in Africa. Se l’endemica fragilità politico istituzionale, le tensioni anche militari, dovessero incrociarsi con una possibile “crisi alimentare” la situazione potrebbe andare fuori controllo. Alcuni paesi chiave del Nord Africa dipendono strategicamente dal grano prodotto in Ucraina e Russia. Senza una risposta coordinata c’è il rischio di drammatiche tensioni sociali e di una ancora più acuta instabilità. Una ripresa massiccia dei flussi migratori nel Mediterraneo centrale potrebbe stingere l’Europa in una drammatica “tenaglia umanitaria”. Dal nord-est al sud. L’uso cinico e disumano delle migrazioni come arma di pressione geopolitica è, purtroppo, tristemente noto. Bia?owie?a docet.

In questi giorni una straordinaria sequenza di incontri dal Cairo a Rabat, da Sharm El Sheikh ad Aqaba, da Algeri al Negev ha evidenziato quanto la guerra in Ucraina ha reso più stringenti rapporti tra i paesi arabi ed il Nordafrica. Con Israele, forte degli accordi di Abramo e dei suoi rapporti privilegiati con Egitto e Marocco, nella veste di gran cerimoniere. E con gli Usa, sempre molto importanti ma, di fatto, questa volta solo invitati. L’Europa, splendidamente, assente. Uno scenario impensabile solo qualche anno fa, figlio di vecchie e nuove tensioni. Innanzitutto, dal modo di affrontare la crisi energetica. “Dal giallo” delle telefonate di Biden rifiutate dai vertici sauditi ed emiratini, agli esiti della riunione dell’Opec del 31 marzo. Un vertice che ha ribadito un sostanziale no alle richieste occidentali di incremento della produzione. Su questo esito non ha influito il meeting di Rabat tra M.B.Z.(Mohammed bin Zayed al-Nahyan) e Blinken, da quest’ultimo fortemente cercato. Un incontro che, tuttavia, è servito a scongelare il rapporto ed a focalizzare le vere ragioni del contendere. Mentre per l’Arabia Saudita appare decisivo il passaggio dall’era Trump alla presidenza Biden. Da un assoluto rapporto privilegiato incentrato sulla giovane e discussa leadership di M.B.S.(Mohammed bin Salman), alla quasi marginalità dell’oggi. Per gli Emirati c’è, soprattutto il tema della sicurezza del paese. Quel filo non tanto sottile che lega gli Houthi yemeniti, gli attacchi di un nuovo terrorismo ipertecnologico, all’Iran.

Israele, storico vertice con Egitto, Emirati Arabi, Bahrein e Marocco per parlare di Iran e Ucraina

La sensazione, nel mentre si affrontava una prova straordinaria, sicuramente vinta, come l’Expo mondiale, di essere stati lasciati soli. Non una recriminazione ma un sentimento. Reso ancora più inquieto dalla notizia filtrata a margine delle trattative per il nucleare iraniano della possibilità di espungere la “guardia rivoluzionaria” dalla lista delle Foreign Terrorist Organizations. Proprio per questo la tregua firmata venerdì nello Yemen sotto l’egida dell’Onu costituisce un fattore importante di allentamento della tensione. C’è, tuttavia, sullo sfondo una questione di ruolo e di funzione del mondo arabo in questo difficile tornante della storia. Una comunità che appare, oggi, più unita. Il Qatar, forte del riconoscimento di “Major non-Nato ally” tributatogli dagli Usa, ha scelto la strada del dialogo e della riconciliazione nel mondo sunnita. Un mondo, quello arabo, di cui, per collocazione strategica, forza economica, relazioni internazionali, le grandi democrazie occidentali non possono fare a meno. Abbiamo bisogno di costruire insieme con loro una prospettiva, una nuova dimensione strategica del Mediterraneo. Dall’Europa all’Africa sino alla Penisola Arabica. L’Italia è direttamente chiamata in causa. Profondamente europeista, legata indissolubilmente agli Usa, proiettata geograficamente e culturalmente nel Mediterraneo allargato. Questa sua assoluta specificità ne definisce la sua “missione”, la sua insostituibilità. Non si tratta di allinearsi ma di fare da “apripista”. Missione difficile ma non impossibile. Anzi affascinante. La sfida in Ucraina si vince anche così.

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