La nebbia si e ripresa Milano

La nebbia si è ripresa Milano

La Republica News
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Trafitta dai fasci di luce, adagiata sui binari e i sanpietrini, attraversata di corsa dai runner e da passeggiate (poche e ben distanziate, e talvolta sorvegliate dalle pattuglie), è tornata in silenzio. Come le si conviene. Sui Navigli, in ossequio a Giorgio Scerbanenco, ideale quinta dei suoi noir. Al Giambellino caro a Giovanni Testori. Sotto al Duomo, dove aveva meravigliato perfino l’Hemingway di ‘Addio alle armi’.
Questione di pressione, che non sarà più così alta. Di anticiclone che andrà a vorticare altrove. Godersi questa, che è la prima, dall’inizio della pandemia, fieramente autunnale. Fitta, impenetrabile dal Corvetto a Corsico, dal Parco Nord all’archeologia industriale dell’Ortica, come sa chi vi si è immerso in treno, chi ha dovuto sfidarla rientrando in città o sfiorandola sulle tangenziali: come quella cantata da Cesare Zavattini, di certi funerali della Bassa dove tutti piangevano senza sapere chi fosse il caro estinto, senza vederlo.Scighera leggera attorno agli uffici e agli studi professionali tra la Statale e il tribunale, ma già un po’ più corposa dietro Sant’Ambrogio e su attorno al Parco Sempione. Suggestiva, va da sé. Letteraria, avrà pensato chiunque sarà stato colto dalla suggestione, da un ricordo di libri sfogliati, quando usava. Carlo Emilio Gadda e Dino Buzzati, certo. I versi di Carlo Porta e Delio Tessa (“Nebbia ven su!”), che al titolare del monumento al Verziere dedicava i suoi. Il sollievo di Giuseppe Ungaretti, quando lasciava il posto alle stelle e giù fino a Carlo Albertario. La odiava per tutto ciò che rappresentava Luciano Bianciardi nella ‘Vita agra’, e con lui pochissimi altri. Era elegante nei noir di Renato Olivieri e di Dario Crapanzano, nelle pagine di Carlo Castellaneta. Perfetta da usare in un titolo, in una illustrazione, in un disegno. Quelli di Bruno Munari, a fine anni Sessanta, erano semplici e vivi, e il grigio li dominava.

È un sempreverde. Un ingrediente raro, per foto di oggi da imbottigliare su Instagram, per nostalgie buone ogni volta che si avvicina Natale. Soprattutto questo, in un anno come questo. Per le strofe di Beppe Viola ed Enzo Jannacci. E pure per le dotte analisi storiche e sociologiche di un cattedratico come l’inglese John Foot, che al rapporto tra gli abitanti e la nebbia – soprattutto quella proiettata sul grande schermo – dedicò un paragrafo del suo ‘Milano dopo il miracolo’, biografia degli ultimi sessant’anni della città. Che oggi la accoglie vuota, le lascia il palcoscenico causa forza maggiore, può ammirarla soprattutto dalla finestra, nel suo necessario coprifuoco notturno. Solo durante l’ultima guerra era stata così protagonista, si era presa tutta la scena. Chissà se aspetterà che si ritorni ad abitarla. 


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