La notte più nera di Kabul: “Per noi è finita”

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KABUL – Alle nove di ieri sera il rumore di aerei ed elicotteri militari ha invaso il cielo di Kabul. Mazar-i Sharif, la quarta città più importante del Paese, la porta di quel Nord su cui il governo del presidente Ashraf Ghani contava per resistere all’assalto dei talebani, è appena caduta, seguito dalla provincia di Laghman.

In città dilaga la paura. Due ore dopo gli aerei militari statunitensi hanno preso di mira un gruppo di combattenti talebani che hanno condotto un attacco missilistico all’aeroporto di Kandahar Alcuni dei tremila soldati destinati ad aiutare il personale Usa nell’evacuazione d’emergenza sono già arrivati: altri lo faranno presto. Il presidente Usa Joe Biden ha annunciato che manderà 1000 marines in più rispetto al previsto per far fronte alla situazione in rapido deterioramento.

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Le ambasciate chiudono, lasciano il Paese. I cittadini statunitensi ricevono mail per il ponte aereo: recatevi in aeroporto ora o non potremo aiutarvi più. Lo stesso per i canadesi. Poi tocca a noi, gli italiani: “Le comunichiamo che visto il grave deterioramento delle condizioni di sicurezza viene messo a disposizione un volo dell’aereonautica militare nella giornata di domani, 15 agosto”. Ponte aereo, l’ambasciata sospende il lavoro: a Kabul resterà solo il console, per assistere i traduttori che per anni hanno aiutato i soldati italiani in Afghanistan, a cui l’Italia ha garantito assistenza per lasciare il Paese. Tutti gli altri che lo vorranno – diplomatici, personale umanitario, giornalisti – verranno evacuati con un volo militare dall’aereoporto Hamid Karzai, oggi controllato dai turchi, che hanno schierato le truppe dopo il ritiro della Nato.

Alle undici la tensione sale ancora: arrivano le prime notizie dei combattimenti alle porte della capitale. I talebani hanno assaltato la prigione di Poli Chakri, nel quartiere PD12. E’ la prigione piu’ grande di Kabul,  sono entrati liberando i prigionieri come in tutte le province cadute come birilli nell’ultima settimana. A mezzanotte le notizie si accumulano e si confondono. I talebani sono a tredici chilometri, i talebani sono già in città, e combattono contro le forze governative, riceviamo una chiamata dopo l’altra: difficile capire dove stia la verità.

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Secondo alcuni il presidente della Repubblica, Ashraf Ghani sarebbe già fuori dal Paese, prelevato da un elicottero militare americano, per altri sarebbe in viaggio per Doha, pronto alle dimissioni. Solo poche ore prima, mentre cercavamo di prevedere Shahab, il nostro collega, amico afgano, quando i talebani sarebbero arrivati in città, ha detto: “Guardati intorno per vedere se ci sono ancora le guardie presidenziali. Se ci sono, significa che c’è ancora il presidente”. Ma ce ne sono sempre meno, forse sono già scappate via, come tutti quelli che hanno trattato per mettersi in salvo.

La sera, mentre gli elicotteri evacuavano lo staff statunitense, Shahab, ha chiamato ogni quindici minuti, con premura che in pochi minuti si è trasformata in preoccupazione ci mette in guardia: “Non muovetevi dall’hotel, non rispondete al telefono, non aprite neanche se si qualificano come staff dell’hotel, i talebani stanno occupando avamposti e stazioni di polizia. Taglieranno la corrente. Tagliano la corrente. E’ finita”. Lo ripete senza piangere. Ma scandisce, è finita. Prova a dormire Shahab, prova a dormire. Noi chiamiamo l’ambasciata e lasciamo l’hotel ma tu, prova a dormire. Dopo quindici minuti richiama. “State bene? La strada da Kabul a Jalalabad è caduta”. E’ la strada che porta in Pakistan. “Shahab stai bene?”. “E’ finita”.

Comincia a mancare la corrente in intere aree della capitale quando i mezzi dell’ambasciata vengono a prelevarci, nella Green Zone. Sede del palazzo presidenziale, il governo, l’ambasciata, delle Nazioni Unite, delle organizzazioni umanitarie. Nella Green Zone sono fortificati gli hotel, le ambasciate, gli uffici consolari. Per entrare nel nostro hotel, per 15 giorni, abbiamo attraversato il controllo esterno dei soldati, quello esterno, due metal detector e altre due porte blindate. Sono blindate anche le porte delle stanze, e quelle dei bagni.

E’ l’una e mezza quando un convoglio blindato ci scorta per qualche centinaia di metri dentro l’ambasciata italiana a Kabul. E’ arrivato l’ordine dal ministero: via tutti, e subito. Shahab richiama. “State bene?”.  “Stiamo bene. Shahab. E tu?”. “Ci sentiamo tra poco, di qualsiasi cosa abbiate bisogno io sono qui”. Io sono qui, dice lui che è costretto a restare a noi che possiamo partire.

Cade Kabul, insieme all’incapacità del governo di Ashraf Ghani. Cade Kabul e fuggono i signori della guerra, come Ata Mohammed Noor scappato da Herat in Uzbekistan dopo la caduta di Herat. Cade Kabul, e cadono gli afgani. Intrappolati in una guerra lampo che li ha riportati in tre mesi indietro di trent’anni. All’ambasciata italiana si chiudono valigie. ‘Non torneremo a breve” dicono tutti “povera gente”. Sono le tre e dieci, squilla il telefono. E’ Shahab. “Non abbiamo fatto in tempo a salutarci, amica mia”. “Non abbiamo fatto in tempo, no, Shahab. Sarà per la prossima volta, no?”. “Inshallah”. Non abbiamo fatto in tempo a bere un altro thè. Nessuno di noi pensava che quello di ieri pomeriggio sarebbe stato l’ultimo, l’ultimo per ora. L’ultimo chissà per quanto.

I talebani hanno ormai praticamente tutte le strade intorno alla città. Quando arriveranno all’aeroporto di Kabul – questione di ore ormai – il Paese sarà definitivamente nelle loro mani. Significa bloccare le merci, significa soprattutto bloccare le persone. “Ci vediamo alle undici per il volo militare” ci dicono in ambasciata prima di congedarsi. Sì, torneremo a casa. Al sicuro.

Due sere fa mentre tornavamo nella Green Zone dopo aver incontrato le decine di famiglie sfollate che dormono all’aperto alla periferia nord di Kabul, siamo rimasti bloccati nel traffico per due ore e mezza, poi magicamente una volta varcata la soglia del primo check point dell’area fortificata, Shahab mi ha detto: “Vedi, siamo arrivati nell’altra Kabul, non è la nostra, è la vostra”.

E ha ragione. C’è un pezzo di città che da anni non appartiene piu’ al popolo afgano e per anni ha preteso di proteggerla. Ma era una finzione, dissolta stasera al buio del black out, dei combattimenti entrati nella capitale, della prigione assaltata. Del ponte aereo per chi può essere salvato dalla barbarie fondamentalista. “Fuori dalle loro mura fortificate la nostra vita non vale niente. Loro sono quelli che invadono e vengono evacuati, noi siamo quelli che restiamo, andiamo a lavorare la mattina, salutando sempre la nostra famiglia come se fosse l’ultima volta”.

Francesca Mannocchi è a Kabul per una serie di reportage per conto dell’Espresso

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