“La porta che permette al coronavirus di entrare nel cervello”: pandemia, l’ultimo inquietante studio

Libero Quotidiano News

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23 settembre 2020

Studiando il coronavirus, gli scienziati hanno scoperto che il virus di solito si lega a un recettore in particolare, Ace2, per aprire la porta delle cellule e iniziare a replicarsi nell’organismo. Ma ci sarebbe anche un’altra “serratura” che consentirebbe alla Sars-CoV-2 di accedere a diversi tessuti, cervello incluso. Si tratta di una proteina collocata sulla superficie cellulare e si chiama neuropilina-1. La scoperta è stata fatta da due team di ricercatori europei e a darne notizia è il Corriere della Sera. Alla guida di uno dei gruppi c’è il palermitano Giuseppe Balistreri, professore di Virologia molecolare all’università di Helsinki, in Finlandia: “Quando il nuovo coronavirus è stato isolato e descritto nella sua sequenza genetica ci si è resi conto che qualcosa non tornava. Sars-CoV-2 contiene nel suo genoma un “pezzo” in più, una sequenza di amminoacidi in realtà ben nota ai virologi perché comune ad alcuni tra i più devastanti virus che colpiscono l’uomo: Ebola, HIV, ceppi altamente patogeni di influenza aviaria, Zika e persino un altro coronavirus, MERS, che non usa il recettore ACE2”.
 
 

 
Balistreri ha poi spiegato che la neuropilina-1 è un recettore cellulare presente in molti tessuti del nostro corpo: “Si lega a un tratto laterale della spike, la proteina-uncino del virus. Invece ACE2 si incastra con la parte superiore della proteina virale. Se i recettori sono entrambi presenti, la potenza infettiva del coronavirus si esprime al massimo grado”, ha continuato il professore.
Per quanto riguarda, invece, l’accesso al cervello, Balistreri ha svelato che è stato possibile fare questa scoperta grazie a un esperimento sui topi:  “Per simulare l’arrivo del virus nelle prime vie respiratorie, abbiamo costruito una nanoparticella sintetica della stessa forma e dimensione di Sars-CoV-2 e rivestita da pezzi di proteine, peptidi, che si legano alla neuropilina. Quando l’abbiamo inserita nel naso di topi anestetizzati il risultato è stato sorprendente: due ore dopo le nanoparticelle erano arrivate al cervello, prima nel bulbo olfattivo e da lì alla corteccia celebrale”. Il ricercatore ha parlato in questo caso di un campanello d’allarme importante, soprattutto se si considera che tra i sintomi di Covid sono stati riscontrati anche disturbi neurologici in alcuni pazienti. La scoperta, però, lascia anche un po’ di speranza, perché potrebbe portare alla ricerca di nuove molecole in grado di contrastare l’infezione. 

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