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La qualità non è uno slogan ma un imperativo. La Coop e i controlli in filiera

La Republica News
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Spostare l’asticella sempre un po’ più in alto verso la qualità e il rispetto declinato in vari modi: dalla cura dei lavoratori al benessere animale, alla sostenibilità ambientale. E’ questo l’approccio che ha Coop nei confronti dei fornitori, richiedendo politiche precise che poi vengono garantite da controlli accurati. “E’ come essere seduti su una montagna. Noi possiamo scorgere meglio la direzione da seguire rispetto alle aziende più piccole. Quindi il nostro compito è anche dettare degli standard che poi siano sempre più ambiziosi”, spiega Renata Pascarelli, direttrice Qualità Coop Italia.

“Accompagniamo i nostri fornitori nel raggiungimento degli obiettivi”. (FotoLa Buona Terra – Coop) 

“La nostra attività parte da lontano e nel tempo si è strutturata per dare sempre maggiori garanzie ai consumatori che il prodotto a marchio Coop sia etico, sostenibile e rispettoso del lavoro. Siamo una squadra composta da 45 operatori specializzati rispetto alle tematiche e ai prodotti“, sottolinea Pascarelli. “Rigore” è una parola chiave per comprendere il lavoro di controllo e indirizzo svolto. “Tra gli aspetti a cui da sempre prestiamo attenzione è, ad esempio, l’assenza di coloranti nei prodotti alimentari, di additivi poco sicuri e di olio di palma. C’è un vero e proprio decalogo con tutte le norme da rispettare”, racconta ancora Pascarelli. Un’attenzione dedicata non solo ai singoli fornitori ma all’intera filiera, soprattutto per i freschissimi e per i prodotti dove il pericolo di frodi è più marcato. “Quindi non ci affidiamo al mercato per gli acquisti ma abbiamo i nostri canali privilegiati e dedicati di fornitura, che seguiamo con costanza e controlliamo periodicamente”. Anche le verifiche ispettive, infatti, sono eseguite direttamente da Coop, oltre a quelle esterne effettuate da organismi terzi riconosciuti in ambito nazionale e internazionale.

La filiera: rivoluzione umana dell’agroalimentare

A vigilare sull’applicazione dei disciplinari e in generale delle norme, ci sono enti come Bureau Veritas a cui più recentemente si è aggiunto CSQA, proprio perché la numerica dei controlli è cresciuta tanto che solo un ente non era più sufficiente. “Mentre venti anni fa le certificazioni e i controlli erano legate prioritariamente alle tematiche di sicurezza, nel tempo c’è stato un grosso cambiamento. Dai requisiti di igiene e sicurezza, infatti, ha acquisito un importante ruolo la tracciabilità non solo all’interno dell’azienda ma di tutta la filiera e poi si è iniziato a guardare sempre di più ai requisiti qualitativi dei prodotti e ad altri intangibili come il senza glutine, senza carne, senza ogm. Oggi lavoriamo sul fronte molto spinto della sostenibilità, che ciascuna azienda poi traduce nella propria visione”, racconta Maria Chiara Ferrarese, vicepresidente CSQA.

“Abbiamo i nostri canali privilegiati e dedicati di fornitura, che seguiamo con costanza e controlliamo periodicamente”. (FotoLa buona Terra – Coop) 

Questo Organismo di certificazione, nato negli anni ’90, è attivo nei settori dell’agroalimentare, dei beni di consumo, della ristorazione, dei servizi tecnici e professionali, della P.a e dei servizi alla persona. Oltre ad essere il primo ente italiano accreditato nel food, nel 2000 ha creato il primo disciplinare per la certificazione volontaria di filiera controllata, che successivamente è diventato il documento di riferimento per lo sviluppo della UNI 10939, diventata poi ISO 22005.
In vent’anni, quindi, c’è stato un processo “addizionale”: “non si è mai tornati indietro – spiega Ferrarese – ad ogni innovazione si sono poi sempre aggiunti altri elementi valoriali nei prodotti. Siamo passati quindi, da concetti molto tangibili come l’igiene ad altri che sono sempre più intangibili come l’etica della produzione, la gestione del suolo e il benessere animale”.

 Inevitabilmente cambia anche il ruolo di un organismo di certificazione, per stare al passo con le esigenze dei consumatori e delle imprese e talvolta per anticipare i bisogni. Totalmente anacronistico e irreale, quindi, pensare alle certificazioni come una “patacca” da apporre sui certificati aziendali invece che come un elemento che entra nel metabolismo delle imprese e ne modifica le strategie e la visione, oltre ad essere indispensabile per una corretta comunicazione marketing dei propri requisiti. “Questo richiede indubbiamente uno sforzo molto superiore rispetto al passato e l’ente certificatore è diventato un partner e non solo un controllore, ovviamente nel rispetto dei ruoli”.

“Controlli continui sul nero: solo così avremo concorrenza leale e mercato etico”

Tutti sforzi che poi vengono compresi dalle aziende. “E’ vero che siamo sempre molto esigenti ma accompagniamo i nostri fornitori nel raggiungimento degli obiettivi. E poi, molti delle certificazioni e dei controlli che abbiamo richiesto loro – conclude Pascarelli – poi sono diventati standard richiesti dal legislatore e dagli stessi consumatori”.



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