La sfida delle comunità montane: “Colmare il gap digitale per rilanciare l’economia”

La Republica News

“Il discorso è molto semplice: se non si vogliono far morire le comunità montane, 3.850 comuni, la metà dei centri italiani, il 54% del territorio, otto milioni di abitanti che rappresentano 13 punti di Pil, bisogna fare presto. E colmare il gap digitale che è divenuto ormai insostenibile. Occorre un patto nuovo tra imprese delle telecomunicazioni ed Enti locali che colmi le sperequazioni territoriali. Solo così possiamo pensare di vincere il digital divide”.

Uncem, l’organizzazione che da 60 anni sostiene le comunità montane

Marco Bussone è “un giornalista prestato alla politica”. Guida l’Uncem, l’Unione nazionale delle comunità e degli enti montani che, insieme a Symbola e Ifel ha curato il rapporto “Piccoli Comuni e Cammini d’Italia” e ha presentato, qualche giorno fa, un dossier di 200 pagine sulla “Montagna in rete” che dà un quadro, spesso impietoso, del divario tra questi 3.850 comuni e il resto d’Italia.”Otto mesi fa abbiamo spiegato alle Istituzioni che il divario digitale non è fatto in Italia solo di Internet che va a bassa velocità perché il piano banda ultralarga è in ritardo di due anni. Abbiamo soprattutto sottolineato che quasi 5 milioni di italiani non vedono i canali Rai e, per questo, abbiamo fatto un patto con l’azienda del servizio pubblico televisivo per sperimentare nuovi strumenti tecnologici sui territori”.E poi c’è il problema della telefonia mobile…“Numeri alla mano, sono 1.200 i Comuni in Italia nei quali si registrano problemi con uno o più operatori di telefonia mobile. Non siamo stati fermi. Ci siamo seduti al tavolo con le Telco, con Asstel e Anfov, abbiamo ottenuto 1,5 milioni di euro per nuovi tralicci dalla legge di bilancio, abbiamo chiesto a Inwit e agli operatori di investire. Sta avvenendo, anche verso il 5G per il quale non possiamo lasciare i sindaci da soli”.E’ chiaro che parlare di sviluppo e di rilancio delle comunità montane, specialmente dopo mesi di emergenza come quelli che abbiamo vissuto, diventa arduo se si continua a vivere “isolati” dal mondo“E’ esattamente quello che diciamo, spesso inascoltati, ormai da anni. Se c’è un lato positivo di questa pandemia, forse è proprio quello di aver fatto capire agli italiani che un altro modo di vivere e di lavorare è possibile. Lo smart working, per esempio, è una incredibile opportunità di sviluppo lontano dalle città metropolitane. Lavorare a distanza può ricollocare la montagna su “mercato”. Senza dimenticare telemedicina e teleassistenza, ma anche ‘Internet delle cose’, ad esempio per gestioni forestali 4.0 come per l’agricoltura in pianura, servizi smart per la pubblica amministrazione. Tutto questo, però, si scontra con una amara realtà: come si può pensare allo sviluppo se poi manca la connessione a Internet e già telefonare diventa un’impresa?”.

La Montagna in Rete, ecco tutti i numeri del dossier

Già, come si fa?“Collegando i piccoli comuni montani tra loro, senza barriere. Si vince uniti, grazie alle Montagne in rete. Penso poi all’Agenda digitale Montagna, che grazie a questo lavoro entrerà nel Recovery Fund e sarà un asse portante insieme al green della nuova programmazione. Le infrastrutture digitali annullano le distanze: negli anni Sessanta le priorità erano le strade, la luce. Oggi la banda larga. Gli Enti locali, grazie al dossier che abbiamo presentato qualche giorno fa, acquisiscono strumenti, conoscenze e dati fondamentali per il loro lavoro”.Negli ultimi anni abbiamo assistito alla “fuga” dai piccoli centri. La voglia di restare c’è, ma si scontra con una realtà spesso inesorabile: come si fa a invertire la tendenza?“Per ripopolare non bastano le risorse economiche, non serve il cemento, dobbiamo evitare di costruire nuove cattedrali nel deserto. Ecco, dobbiamo trasformare il deserto in opportunità. Lo possiamo fare soltanto vincendo la sfida digitale. Io ripeto spesso che le parole d’ordine sono due: green e smart. Cioè sostenibilità e innovazione. Sembrano frasi fatte, ma è l’unica ricetta per rilanciare questi territori. Se punto su turismo, agricoltura e prodotti di qualità ma poi le stalle rimangono aperte solo due mesi all’anno, questo è un fallimento. Bisogna utilizzare i fondi europei per permettere di lavorare tutto l’anno: il dopo pandemia è l’ultima occasione, se non la cogliamo sarà difficile tirarsi su”.


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