La Siria il 26 maggio alle urne per le presidenziali

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C’è la data per le elezioni presidenziali in Siria. Il voto si terrà fra poco meno di quaranta giorni, il 26 maggio. Le urne si apriranno dunque per la seconda volta dall’inizio della guerra civile che ha straziato il Paese ma non ha provocato la caduta del presidente Bashar al-Assad, che sembra anzi saldo al potere. La notizia è stata data dallo speaker del Parlamento, Hamouda Sabbagh, durante una seduta straordinaria del Parlamento a Damasco. Dalla giornata di lunedì sarà possibile presentare le candidature. I siriani all’estero potranno votare nelle loro ambasciate e sedi consolari con qualche giorno di anticipo, a partire dal 20 maggio.

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Mentre si cerca una composizione dal punto di vista politico e istituzionale, sul terreno la situazione continua a essere instabile. Le Forze democratiche siriane, sostenute dai militari americani, e le forze del governo siriano, coadiuvate dalle milizie loro alleate, hanno avviato due distinte campagne contro le cellule dello Stato Islamico dispiegate nella regione desertica della Badia siriana. Il Califfato nero ha infatti intensificato le sue attività contro entrambi i fronti.

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   Il giornale panarabo “Al Arabi al Jadid” scrive che le Forze siriane hanno dato il via a operazioni, con il sostegno aereo e terrestre della coalizione internazionale a guida Usa, nel distretto di Wadi al Ajaij, a nord-est di Deir ez-Zor, in cerca di cellule jihadiste. Proprio a nord di Deir ez-Zor, alcuni giorni fa lo Stato Islamico ha rivendicato di avere ucciso o ferito almeno dieci miliziani curdo-siriani nel corso di un’azione contro le Forze siriane.

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   Nella Siria centrale, lungo l’Eufrate, la Russia si prepara intanto ad aprire una nuova base militare aerea in una zona dove operano forze governative alleate di Mosca. La notizia proviene dall’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria, presente da 15 anni sul campo con i suoi ricercatori: la base è in fase di costruzione lungo la riva meridionale del fiume, a metà strada tra Raqqa e Dayr az Zor. Per l’Osservatorio, la nuova installazione servirà a due obiettivi principali di Mosca: contrastare la crescente presenza di miliziani dell’Isis lungo la valle dell’Eufrate e contenere l’espansione di miliziani sciiti filo-iraniani, sia afgani che iracheni.

   Nonostante il Califfato sia stato dichiarato sconfitto in Siria nel 2019, continua tuttavia a essere presente con cellule clandestine che compiono attacchi asimmetrici contro forze governative siriane e contro forze curdo-siriane, a est dell’Eufrate. Mosca, storica alleata di Damasco, è intervenuta militarmente in Siria in maniera indiretta nel 2015, e mantiene il suo quartier generale nella regione costiera di Latakia.
   

A Damasco il governo ha nel frattempo condannato una dichiarazione fatta dall’Alto rappresentante dell’Unione europea per la politica estera e di sicurezza, Josep Borrell, relativa al rapporto – pubblicato nei giorni scorsi – in cui l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac) accusava la Siria di aver utilizzato armi chimiche a Saraqib nel febbraio 2018. In un comunicato, il ministero degli Esteri siriano afferma di “respingere” la dichiarazione di Borrell “nella forma e nel contenuto”. “La dichiarazione è piena di errori e posizioni lontane dalla logica e dalla realtà”, prosegue la nota del dicastero di Damasco, aggiungendo che “va di pari passo con l’approccio aggressivo adottato dall’Unione europea negli ultimi dieci anni contro la Siria”. Ora la convocazione di elezioni presidenziali potrebbe essere un test in una situazione tanto magmatica e instabile sia sul terreno sia sotto il profilo politico.

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