La squadra olimpica dei rifugiati verso Tokyo: lieto fine per il Refugee Team

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Piano piano raggiungeranno Tokyo. Alla spicciolata. Un gruppo già ieri sera e tutti al massimo entro mercoledì. Di viaggi complicati ne sanno qualcosa, e questo in ritardo sulla rotta Qatar-Giappone di certo non li ha turbati. Dopo essere stati bloccati a Doha per quasi una settimana a causa di una positività al Covid nel gruppo degli accompagnatori, i primi atleti del Refugee Team olimpico sono atterrati all’aeroporto di Narita. Tra loro anche l’eritrea Luna Solomon, qualificata per il Tiro a Segno e allenata dal plurimedagliato italiano Niccolò Campriani, tre ori e un argento tra Londra e Rio.

Il Team

Il team, composto in tutto da 29 atleti, 16 allenatori e 10 accompagnatori, rischiava di mancare l’appuntamento con le prime gare in programma e di finire squalificato. La settimana scorsa in 26 si erano riuniti a Doha per un’ultima sessione di due giorni di allenamento collettivo negli impianti dell’Aspire Zone. Si sono ritrovati chiusi nelle camere dell’hotel che li ospitava, in attesa di notizie da Tokyo dove tra Cio (Comitato olimpico internazionale) e autorità sanitarie locali è andato avanti un braccio di ferro durato cinque giorni. A mettere in dubbio la partecipazione ai Giochi è stata la scoperta, mercoledì scorso, della positività della ex mezzofondista keniota Tegla Loroupe, che è a capo della missione. Vaccinata con una sola dose e in attesa del richiamo, adesso è in isolamento. Il Cio però non conferma ufficialmente l’indiscrezione per ragioni di tutela della privacy.Nei cinque giorni di stallo i rifugiati olimpici si sono dovuti sottoporre a Covid-test quotidiani, rimanere in stanza, mangiare a letto quello che lo staff dell’albergo lasciava davanti alla porta. Avevano il permesso di allontanarsi dalla struttura solo per il tempo necessario all’allenamento.

Inizia il viaggio

“Sono molto eccitato, finalmente si va a Tokyo”, ha detto mentre saliva verso la navetta che lo ha portato in aeroporto il giocatore di Badminton Aram Mahmod, 24 anni, scappato dalla Siria in guerra nel 2015 e rifugiatosi nei Paesi Bassi, dove si allena grazie alla borsa di studio del Cio. “Tanti pensano che sia un torneo come un altro, ma non è così. E nonostante la situazione, sono mentalmente e fisicamente pronto”. Il Refugee Team compete in 12 sport. Ne fanno parte sei atleti che hanno già partecipato a un’Olimpiade, a Rio nel 2016: la nuotatrice Yusra Mardini (Siria), il judoka Popole Milsenga (Congo) e, nell’atletica leggera, i quattro sudsudanesi Anjelina Nadai, James Nyang Chiengjiek, Paulo Amotun Lokoro e Rose Nathike Lokonyen. A febbraio si è aggiunta al Team anche una medagliata: si tratta dell’iraniana Kimia Alizadeh, bronzo nel taekwondo (categoria inferiore ai 57 kg) a Rio. L’anno scorso è fuggita in Germania, dopo aver rivendicato di essere “una delle milioni di donne oppresse in Iran”, e a febbraio le è stato riconosciuto lo status di rifugiata.

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