La storia. Una poesia di Rodari, “La luna di Kiev” diventa virale su Internet

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Il meccanismo resta misterioso: tanto più quando si tratta di un testo “dissepolto”. Una poesia scritta sei decenni fa diventa virale: citata, condivisa, rilanciata. Anche undici minuti prima che iniziassi a scrivere questo articolo. “La luna di Kiev” di Gianni Rodari, in queste due settimane di guerra, è diventata un talismano, una preghiera, un simbolo. «Chissà se la luna di Kiev – si domanda Rodari – è bella come la luna di Roma». E sì, risponde, è la stessa luna, è la stessa ovunque. Una mamma, su Twitter, racconta che alla figlia l’hanno fatta appena studiare a scuola. Una insegnante mostra il lavoro fatto dai suoi alunni sui versi di Rodari. Qualcuno condivide il video con la lettura di un’attrice, Valeria Solarino, passato al Tg1. Molti affiancano al testo a immagini della capitale ucraina prima dei bombardamenti.

Rodari avrebbe potuto, nella sua intramontabile raccolta “Filastrocche in cielo e in terra”, evocare – al posto di Kiev – una qualunque altra città, un altro luogo, così come, negli ultimi versi della poesia, evoca l’India e il Perù. Ma ha scritto di Kiev, e il suo messaggio pacifista guadagna attualità – come si legge in uno degli innumerevoli post su Facebook – «in un momento di difficoltà come quello che stiamo vivendo». La ripetizione eccessiva rischia di usurare un po’ la poesia, di renderla quasi stucchevole? Forse. Ma poi basta, a ricaricarne il senso, qualche fotografia di gruppi di bambine e bambine che la trascrivono con i pennarelli su un cartellone.

La verità è che abbiamo bisogno, nello sgomento di questi giorni, di parole giuste. E se le fornisce, dal passato, un poeta del nostro “lessico famigliare” come Rodari ci pare che siano quelle che stavamo cercando. Quelle giuste. Magari anche perché riescono a toglierci dal naso, con la loro levità, gli occhiali iper-realistici della vita adulta, a farci elaborare il pensiero della pace senza imbarazzo, con una – ingenua? Infantile? – apertura. «Finché il sole risplenderà sulle sciagure umane» – ha scritto Giorgio Bini, un politico comunista attento alla politica scolastica e alla pedagogia – le filastrocche pacifiste e antimilitariste di Rodari saranno «leggibili e godibili (comprensibili)». Vero.

Forse anche perché le guerre Rodari le racconta sempre ad altezza bambino, sceglie la prospettiva per cui la loro ingiustizia risulti più inaccettabile e feroce. Nel 1951 – racconta Vanessa Roghi nel suo Lezioni di fantastica (Laterza) – aveva messo in scena una pièce intitolata “Stanotte non dorme il cortile”, la storia di cento bambini davanti alle guerre che si abbattono sui cortili del mondo. «Attraverso uno spettacolo di marionette una bambina entra nel bosco delle fate ma lì arrivano mostri a distruggere l’incanto, mentre la guerra distrugge il cortile». Sulle macerie i bambini raccontano i loro sogni, le loro paure. La realtà concreta “infiltra” la fiaba senza tradirla; il fantastico – come lo sguardo alla luna di Kiev – tiene insieme poesia e politica, rifonda l’utopia. E ci conforta.

Chissà se la luna
di Kiev
è bella
come la luna di Roma,
chissà se è la stessa
o soltanto sua sorella…

“Ma son sempre quella!
– la luna protesta –
non sono mica
un berretto da notte
sulla tua testa!

Viaggiando quassù
faccio lume a tutti quanti,
dall’India al Perù,
dal Tevere al Mar Morto,
e i miei raggi viaggiano
senza passaporto”.

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