La strage di Erba, l’omicidio di Yara e Garlasco: quando ai “terrapiattisti” della giustizia la verità non importa

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Era lo scorso aprile e la strage di Erba (11 dicembre 2006) sembrava tornare di grande attualità. Gli avvocati (e i loro consulenti) assicuravano via mass media l’invio imminente a Brescia della richiesta di revisione del processo. E anche il sostituto procuratore generale di Milano Cuno Tarfusser – con una mossa inedita, per la quale è sotto procedimento disciplinare ed è stato recentemente interrogato dalla procuratore della Cassazione – metteva nero su bianco che gli ergastolani “Olindo e Rosa” (come li chiamano tutte le tv) fossero innocenti. Ma la sua sgangherata (a nostro parere) rilettura pro Olindo Romano e Rosa Bazzi non solo era stata a lungo ferma sulla scrivania del procuratore generale (capo dell’ufficio) Francesca Nanni. Ma, come emerge in queste ore, non esiste in quegli uffici l’intenzione di inoltrare alla Corte d’Appello di Brescia i fogli di Tarfusser. Il quale avrebbe, in sostanza, persino tracimato dal suo incarico, mettendosi arbitrariamente in un ruolo che spetta ai suoi superiori.

Vediamo i fatti. La strage di Erba ha tra le vittime un bambino sgozzato, una madre e una figlia massacrate, una vicina di casa accoltellata e un testimone, il marito della vicina, che s’è salvato dal taglio della gola grazie a una malformazione fisica: lui, nell’aula del tribunale (e anche prima), riconobbe Olindo come il suo mancato assassino. Tutto chiaro sotto moltissimi aspetti. Per i giudici Olindo e Rosa meritano il carcere, viceversa per i programmisti tv meritano spazio e riletture varie. Ci può stare, ma è curioso notare che, dopo tanto clamore nella primavera degli ascolti, in estate sia calato un silenzio assordante.

Delitto di Garlasco

E’ da qualche tempo che soprattutto le tv commerciali si nutrono di un innocentismo senza basi concrete. Ad esempio, Alberto Stasi, assassino di Chiara Poggi a Garlasco, condannato a 16 anni solo grazie al rito abbreviato, ha i suoi fan. Ma – piccolo suggerimento – basterebbe avere una fotografia della Scientifica sui poveri resti di Chiara (agosto 2007) e, chiedendo il permesso a mamma Rita, provare a mettersi al posto del cadavere. Ecco, se ci si mette là sugli stessi gradini della vittima, non si vede la porta della cantina dove lei venne gettata.

Quindi – in base alle leggi della fisica – nemmeno dalla porta si sarebbe potuto vedere il volto della ragazza, studentessa modello, laureata e lavoratrice. Alberto Stasi invece non solo descrisse quel volto, ma disse che Chiara era pallida. A causa della forza di gravità, il sangue delle ferite le era – purtroppo per questa versione fasulla – colato sul volto, rendendolo simile a una nera maschera funeraria. Il condannato in via definitiva aveva dunque descritto – questa la conclusione logica – qualcosa che aveva visto al momento dell’assassinio.

L’omicidio di Yara Gambirasio

Ma ai tanti terrapiattisti della giustizia non importa. Così come accade anche per Massimo Giuseppe Bossetti: il Dna trovato sui leggins di Yara Gambirasio è il suo, è stato stabilito dopo migliaia di prelievi ed è stato fatto secondo i criteri scientifici. E, guarda caso, Bossetti: 1) ha un furgone bianco, come quello visto quando Yara sparisce; 2) lavora in un cantiere, dove si trovano gli stessi microresidui metallici trovati sul corpo della vittima; 3) i sedili del furgone hanno le fibre compatibili con le fibre trovare sulla parte posteriore degli indumenti di Yara; 4) il computer di Bossetti ha eseguito ricerche sessuali compatibili con la vittima; 5) i colleghi lo chiamano “il Favola” per le bugie che inventa per sparire dal cantiere. Tutto coincide e per questo scatta l’ergastolo.

Eppure Rosa, Olindo, Alberto, Massimo, nonostante le condanne e le spiegazioni del perché si è arrivati alla conferma delle sentenze, sembrano continuare a essere esposti come bandiere. Ma di che cosa? Non certo del giornalismo che, obbligatoriamente, deontologicamente, non dovrebbe procedere per tesi e teoremi, ma per fatti, analisi e per una visione il più possibile a 360 gradi. Inoltre, nessuno sano di mente può negare l’esistenza di errori giudiziari, ma per liquidare le sentenze confermate sino in Cassazione e il lavoro di decine di investigatori non basta suggerire qualche alternativa fumosa, bisogna dimostrarla.

Gli avvocati di “Rosa e Olindo” garantivano di avere elementi per riaprire il caso. Ripetiamo: era aprile e assicuravano che a fine settimana, a inizio della prossima, presto, ormai ci siamo, avrebbero presentato l’istanza di revisione. Ma, a parte i fogli di Tarfusser, a Brescia non è mai arrivato nulla dai legali, è luglio, e nessuno delle tv gli chiede conto.

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