La strategia post Covid di Xi diventa arma di politica estera

La strategia post Covid di Xi diventa arma di politica estera

La Republica News
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NANCHINO — «Una vittoria del multilateralismo e del libero mercato», l’ha definita il premier cinese Li Keqiang. Parole subito riprese, con commenti esultanti, dai media di regime. Perché è vero, ci vorrà tempo prima che il Rcep venga recepito dai 15 Paesi firmatari e produca i suoi effetti. Ed è vero che questo trattato è molto meno ambizioso di altri, per esempio nell’abbattere i dazi.Eppure la sua firma, dopo otto lunghi anni di negoziati, permette a Pechino di segnare un punto importante nella grande sfida con gli Stati Uniti per l’influenza sull’Asia. Un tempo non troppo lontano era Washington a promuovere un trattato di libero scambio con i Paesi sull’altra sponda del Pacifico, prima che Trump decidesse di tirarsi indietro. Ora invece è il Dragone che battezza l’area di libero scambio più grande del mondo, per giunta con un peso specifico dominante dopo la defezione dell’India.
È la storia degli ultimi anni: spazi liberati dagli Stati Uniti in ripiegamento che diventano praterie per la Cina in espansione. A dispetto dei piani di sviluppo militare, l’economia resta ancora la principale arma di politica estera di Pechino. E il Rcep è l’occasione per mostrare che la sua adesione al multilateralismo non è solo di facciata.Con molti dei Paesi firmatari del trattato i rapporti sono tesi, con alcuni tesissimi. Il Vietnam per esempio è la prima vittima dell’espansione territoriale del Dragone nel Mar Cinese Meridionale, mentre le relazioni diplomatiche con l’Australia sono ai minimi storici.Eppure, numeri alla mano, per tutti (o quasi) i vicini la Cina resta il primo partner commerciale. Un polo d’attrazione potentissimo, viste le dimensioni e il tasso di sviluppo. Un traino da sfruttare, considerato che ha contenuto il virus e che la sua economa è rimbalzata prima di tutte le altre. Il dato di ieri sulle vendite al dettaglio di ottobre, +4,3%, è la ciliegina sulla torta di una ripresa che finora era stata spinta soprattutto da industria e cantieri.La Cina non è il promotore del Rcep, iniziativa partita dal club dei governi Asean. Eppure la natura “leggera” dell’accordo le si adatta a meraviglia. Non ci sono clausole su sussidi di Stato, protezione ambientale, proprietà intellettuale o diritti del lavoro, i paletti del sistema multilaterale che Pechino non gradisce. Essere del gruppo invece le permetterà di partecipare alla definizione di standard commerciali e tecnici, aspetto decisivo della politica di potenza.Ma soprattutto, l’accordo è in linea con i grandi imperativi di Xi Jinping, la risposta al tentativo americano di isolare il Dragone: difendere il ruolo chiave della Cina lungo le filiere produttive globali, sia come fabbrica che come mercato del mondo, e garantirsi canali di fornitura alternativi in caso di boicottaggio.Attraverso il Rcep Pechino riesce addirittura a chiudere la prima intesa con due grandi alleati degli Stati Uniti nell’area, Corea del Sud e Giappone, che altrimenti difficilmente avrebbero potuto permettersi accordi con Pechino. Seul e Tokyo, Paesi esportatori, sono grandi vincitori, ma a certo Xi non dispiace legarli più strettamente al mercato cinese.In attesa di capire quale sarà la politica asiatica di Biden, il nuovo presidente troverà dunque una Cina più solida nel suo quadrante di planisfero. Una Cina che usa la sua economia ormai immunizzata dal Covid come strumento di una politica estera meno aggressiva, aprendo una serie di settori ai capitali stranieri, reindirizzando parte degli investimenti verso il Pacifico, fronte chiave della sfida con gli Usa, e ora entrando in questo trattato di libero scambio.Eppure gli equilibri tra le due potenze nell’area sono tutt’altro che decisi. I partner di Pechino sanno bene che la Cina può usare i legami commerciali come arma di ricatto, come sta facendo con l’Australia, e che non ha nessuna intenzione di arrestare la propria avanzata militare, come dimostrano le esercitazioni navali annunciate in queste stesse ore.Da un punto di vista strategico, la diffidenza dei vicini nei confronti del Dragone aumenta. Nessuno può fare a meno della Cina, quasi tutti restano alleati degli Stati Uniti. Sperando che Washington torni a dedicarsi all’Asia.


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