La tenaglia che stringe Conte

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Il realismo obbligato di Conte, ossia la sua linea molto morbida nell’incontro con il presidente del Consiglio, non è servito a limitare l’ondata degli emendamenti dei Cinque Stelle alla riforma della giustizia. Circa mille in poche ore e non è finita. Qualcuno dirà che l’ex premier ha fatto il doppio gioco e senza dubbio una certa dose di ambiguità va messa nel conto. Ma è più probabile che il caos sia figlio di una mancanza di leadership. Conte si trova in una specie di tenaglia. Da un lato deve tenersi in sintonia con Grillo e Di Maio: il primo costituisce l’altra gamba della diarchia; il secondo è quello che di fatto ha già trasformato la diarchia in un triumvirato. Nessuno dei due, come è noto, vuole uscire dal governo Draghi. Certo non sulla legge Cartabia, dopo che nel Consiglio dei ministri tutti i rappresentanti del M5S l’hanno votata senza riserve. La convenienza di Conte è restare agganciato a questa posizione, anziché finire sballottato nel mare aperto dell’opposizione avendo con sé solo un brandello del movimento.

D’altra parte, lo stesso Conte è pressato dall’ala barricadera dei 5S: troppo esigua e confusa per minacciare la stabilità dell’esecutivo, ma sufficiente a tentare una guerriglia parlamentare figlia della frustrazione e della volontà di non darla vinta al “partito di Palazzo Chigi”. È chiaro che per Conte la situazione è scomoda: la massa degli emendamenti non servirà a stravolgere il testo Cartabia, invece dimostrerà una volta di più che i 5S sono disgregati. S’intende, qualche correttivo del Parlamento potrà essere accolto. Le voci di chi chiede più risorse finanziarie per aumentare gli organici degli uffici giudiziari e dotarli di strumenti moderni hanno diritto di essere ascoltate. Lo stesso vale per il parere preoccupato del procuratore nazionale Antimafia. Ma i mille emendamenti rispondono a un’altra logica. Sono l’arma con cui un’ala dei 5S tenta di cogliere una vittoria politica che sarebbe, bisogna ammetterlo, clamorosa: l’affossamento della riforma o la sua riduzione ai minimi termini.

Se Conte accettasse tale logica, si condannerebbe alla marginalità, prigioniero di chi agita il massimalismo. Nemmeno Letta riuscirebbe ad andare in suo soccorso. Il male minore a questo punto è che il governo accetti alcuni ritocchi ragionevoli e poi metta la fiducia sul testo della riforma. Una minoranza dei 5S griderà alla prepotenza di Draghi, dimenticando che si tratta di un provvedimento cruciale le cui linee sono state approvate in Consiglio dei ministri in una cornice di quasi unità nazionale. Gli altri, la maggioranza, voteranno la fiducia per convinzione o per un calcolo di realpolitik. In ogni caso il risultato sarà raggiunto e Conte avrà ridotto il danno. Forse non sarà più l’eroe degli intransigenti, il costruttore del nuovo movimento anti-sistema per il quale occorre ben altra tempra, tuttavia potrà giocare un ruolo nelle prossime vicende, compresa l’elezione del presidente della Repubblica.
Anche Draghi affronta un passaggio delicato. La fiducia posta su un tema prioritario dell’azione di governo segnerà uno spartiacque nella vita dell’esecutivo. Suonerà come sconfessione delle componenti più turbolente dei 5S, indicando un salto di qualità della premiership. Vedremo nei prossimi giorni. Di sicuro la guerra degli emendamenti sul testo Cartabia è molto più significativa, sul piano politico, dell’analogo conflitto intorno al ddl Zan, in cui il governo non è coinvolto.

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