La tragedia del Mottarone un mese dopo, tutte le domande ancora senza risposta

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La strada panoramica Borromea si inerpica sul Mottarone, poi una stradina sterrata, dopo uno degli ultimi tornanti, porta ai piloni della funivia e al punto esatto in cui il 23 maggio si è schiantata la cabina numero 3 con quindici persone a bordo, soltanto una è sopravvissuta. È come un flashback. Un mese dopo quella maledetta domenica i rottami della cabina sono ancora lì nel punto esatto in cui è precipitata, il cavo traente scarrucolato e posato su un prato, la testa fusa della fune conficcata in profondità in un tronco. Alcuni teloni tesi tra gli alberi preservano la cabina dal maltempo perché tutto deve rimanere com’era quel giorno fino a quando i periti non avranno analizzato ogni centimetro. Passeranno ancora settimane prima che i resti della cabina possano essere rimossi.

I resti della cabina sono ancora nello stesso punto in cui sono precipitati, a disposizione dei periti (ansa)

Le indagini

È passato un mese dalla tragedia del Mottarone che ha fatto quattordici vittime e un orfano, Eitan, 5 anni, l’unico superstite. Gli indagati  al momento restano tre, Gabriele Tadini, il caposervizio della funivia, Enrico Perocchio, il direttore d’esercizio e Luigi Nerini, proprietario di Ferrovie del Mottarone e titolare dell’impianto. Sono tutti accusati di omicidio colposo plurimo, lesioni colpose, e rimozione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro.

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Tadini è l’unico agli arresti domiciliari, l’unico ad aver confessato di aver manomesso i freni di emergenza della cabina  bloccandoli con il forchettone perché restassero aperti per ovviare a un problema al sistema frenante che dava noie dal giorno della riapertura, il 26 aprile. “Ho messo io il forchettone, l’ho fatto anche altre volte – ha detto il caposervizio – Chi poteva immaginare che la fune si sarebbe rotta”. Ma la fune traente si è spezzata e la cabina, senza freni, è scivolata lungo il cavo strappato precipitando a terra. Perché il cavo si sia spezzato è uno dei punti che l’inchiesta, coordinata dalla procura di Verbania, non ha ancora svelato. La fune, che era stata controllata per l’ultima volta a novembre 2020, si è spezzata nel momento di massimo sforzo, a pochi metri dall’arrivo della cabina alla stazione di Mottarone. Sono gli attimi ripresi dalle telecamere dell’impianto di sorveglianza della funivia che mostrano la cabina arrivare, poi fare un balzo indietro e precipitare.

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I segreti della scatola nera

Il gip Elena Ceriotti ha disposto l’incidente probatorio, su richiesta del legale di Tadini, l’avvocato Marcello Perillo,  per l’analisi della fune ma anche dell’impianto frenante della cabina e di ogni altro elemento, che potrebbe essere ancora custodito sul pendio della montagna tra le lamiere, utile a chiarire perché sia precipitata.  L’esame si svolgerà l’8 luglio alla presenza del consulente nominato dalla procuratrice di Verbania Olimpia Bossi, Giorgio Chiandussi, e quello incaricato dal dal Gip, Antonio De Luca, oltre ai periti incaricati dagli indagati e dai famigliari delle vittime. 

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Nei prossimi giorni si saprà se, nella stessa procedura, sarà aggiunta tra gli elementi da esaminare anche la scatola nera della funivia, un computer che è stato sequestrato insieme ad altri 23 dispositivi informatici dai carabinieri di Verbania che indagano sulla tragedia. Un altro avvocato, il legale di Perocchio, Andrea Da Prato, sta valutando se chiedere per la “scatola nera” la stessa procedura dell’incidente probatorio sul computer. L’analisi di quel supporto è importantissima perché custodisce tutte le informazioni relative ai movimenti della funivia e ai comandi che sono stati impartiti all’impianto da chi ne ha gestito il funzionamento dal 2016 ad oggi. Il computer sequestrato negli uffici della funivia ha registrato tutti i segnali anche quelli delle anomalie del sistema frenante o gli allarmi sulla tenuta della fune che potrebbero essere stati lanciati dal sensore posizionato sulla traente a poca distanza dalla testa fusa.

Da qualche giorno è iniziata l’analisi degli altri dispositivi informatici sequestrati nel corso delle indagini: ci sono i cellulari degli indagati, quelli di un’altra dipendente delle funivie che non risulta indagata, i computer privati e aziendali.  Il procuratore ha incaricato il perito Michele Vitiello di eseguire una copia forense di tutti i dati contenuti nei dispositivi. Gli inquirenti sperano di far luce sulle singole responsabilità degli indagati: Se Tadini ha ammesso di aver usato i ceppi per bloccare i freni,   Nerini e Perocchio dicono di non essere a conoscenza di quel comportamento. Entrambi sono stati scarcerati dopo l’udienza che non aveva convalidato il fermo. “La sicurezza non mi compete”, ha spiegato Nerini, difeso dall’avvocato Pasquale Pantano. Era stato Tadini ad accusare i suoi superiori quando, interrogato, aveva detto di aver avvisato della pratica dei “forchettoni” sia il direttore d’esercizio che il titolare dell’impianto.

La procura di Verbania però sta allargando il fronte delle indagini. Dopo aver sentito tutti i dipendenti della funivia sta ricostruendo la catena delle aziende che hanno l’incarico della manutenzione di ogni singolo pezzo della funivia.  Il 17 giugno i carabinieri hanno acquisito documentazione nella sede della Leitner, la società che  gestisce la manutenzione della funivia. Sotto la lente di ingrandimento della procura sono finite anche le aziende che, per conto di Leitner, avevano l’incarico di controllare i diversi componenti dell’impianto. E’ stato acquisito anche il bando regionale per l’affidamento della funivia del 2016.

La famiglia di Eitan 

 

Il ricordo delle vittime

Per settimane gli occhi del paese sono stati  puntati sul piccolo Eitan che nella strage ha perso i genitori, il papà Amit Biran e la mamma Tal Peleg, i bisnonni Itshak e Barbara Cohen e il fratellino Tom. Eitan è rimasto 19 giorni ricoverato all’ospedale  Regina Margherita di Torino, dove è stato operato per diversi traumi e fratture. Si era svegliato dal coma il 28 maggio, cinque giorni dopo la tragedia. Al suo fianco ha trovato la zia paterna, poi il nonno materno e tutta la sua famiglia che vive ancora in Israele. Il bambino è stato dimesso dall’ospedale infantile di Torino il 10 giugno ed è tornato a Pavia con la zia.  I nomi delle altre nove vittime, insieme alla famiglia di Eitan, sono scolpiti in un quadro che il pittore Paolo Borroni ha consegnato qualche giorno fa alla sindaca di Stresa Marcella Severino. Sono i nomi di Silvia Malnati, Alessandro Merlo, Serena Costantino, Mohammadreza Shahaisavandi, Roberta Pistolato, Angelo Vito Gasparro, Vittorio Zorloni, Elisabetta Persanini e il loro figlio Mattia. Saranno ricordati tutti questa mattina alle 11 durante la messa che il vescovo di Novara Franco Giulio Brambilla celebrerà al Mottarone.

La querelle giudiziaria

Mentre la procura cerca di far luce sulle responsabilità dell’incidente, all’indomani dello “schiaffo” ricevuto dalla gip Donatella Banci Buonamici che non ha convalidato il fermo dei tre indagati, scarcerandoli, è arrivata a sorpresa un provvedimento che ha gettato nello scompiglio il tribunale di Verbania e ha imbarazzato non poco la magistratura. E’ il 7 giugno quando il presidente del tribunale Luigi Montefusco emette infatti un provvedimento in cui esautora la gip, che è anche presidente di sezione penale, e riassegna il fascicolo ad un’altra collega. Una decisione che arriva proprio mentre la giudice sta per depositare la sua decisione sulla richiesta di incidente probatorio avanzata dalle difese. Nasce così, in parallelo, un caso giudiziario, si alzano le polemiche e calano sul tribunale ombre sulle reali motivazioni di questa decisione: gli avvocati delle Camere Penali protestano e dopo aver emesso comunicati molto duri, convocheranno anche un’assemblea nazionale a Verbania e due giornate di astensione (domani e venerdì). 

La procuratrice di Verbania Olimpia Bossi 

Nei corridoi dei tribunali piemontesi tutti parlano per giorni di cosa possa essere accaduto. Il Ministero di Giustizia decide di avviare un’inchiesta amministrativa sulla gestione del fascicolo e nel frattempo il caso arriva anche al consiglio giudiziario che deve esprimere il proprio parere sulla sostituzione della gip e sulle presunte violazioni tabellari interne al tribunale di Verbania. La decisione dell’organismo territoriale di autogoverno della magistratura piemontese, che era attesa come immediata, viene però rinviata per due volte di seguito: ieri, martedì 22, si sono però svolte le audizioni di entrambi i protagonisti della querelle procedurale. Sia Montefusco che Banci avevano chiesto di essere ascoltati per esprimere le proprie posizioni nonostante avessero già mandato ampie memorie che relazionavano sui fatti accaduti.

Il consiglio giudiziario, che è presieduto dal procuratore generale Francesco Saluzzo e dal presidente della Corte d’Appello Edoardo Barelli Innocenti, ha segretato i verbali delle loro audizioni e dopo le votazioni che avverranno la prossima settimana, invierà il parere sul caso al Csm che deciderà come procedere. Un giudizio che può incidere a livello disciplinare, ma che tuttavia non avrà invece alcuna ripercussione a livello procedurale sull’iter giudiziario del fascicolo.

Il presidente del tribunale di Verbania ha comunque chiarito davanti ai colleghi le ragioni che l’hanno spinto a togliere il 7 giugno il fascicolo alla giudice Banci Bonamici. Al momento dell’arrivo della richiesta di fermo inviata dalla procura, alle ore 17.55 del 27 maggio, Banci, con l’avvallo del presidente, aveva disposto l’assegnazione a sé medesima del procedimento, adducendo come motivazione che la collega Annalisa Palomba era contestualmente impegnata in un’udienza dibattimentale. Un orario, quello delle 17.55, che però è risultato al centro della polemica dato che a quell’ora la gip aveva già ampiamente terminato la sua udienza.

A seguito della richiesta di incidente probatorio, il 7 giugno, il presidente aveva dunque disposto che il procedimento fosse riassegnato alla gip Elena Ceriotti in qualità di gip titolare del ruolo per tabella. “Pur essendo giustificata – aveva ribadito – la prima assegnazione per la convalida a Banci”. Secondo Montefusco non era invece conforme alle regole tabellari che la giudice tenesse il fascicolo anche per i successivi provvedimenti, dato che era ormai rientrata la collega ritenuta “giudice naturale” del fascicolo.

La gip e gli arretrati da smaltire

L’assegnazione alla Banci però era avvenuta perché la collega gip Ceriotti era stata esonerata, a partire dal 1 febbraio 2021 per quattro mesi, per poter smaltire del lavoro arretrato. Al suo posto era stata indicata come supplente la dottoressa Annalisa Palomba, sostituita però in caso di impegni dalla presidente Banci. Davanti al consiglio Banci ha quindi  ribadito la convinzione di aver operato correttamente. Tra le questioni avanzate c’è anche l’eccezionalità del provvedimento del presidente del tribunale che non avrebbe proceduto a riassegnare altri fascicoli se non quello del Mottarone. Proprio questo provvedimento giudicato ad “hoc”, arrivato mentre lei stava per depositare la sua decisione sull’incidente probatorio chiesto dalla difesa degli indagati, aveva sollevato accese polemiche.

La gip Donatella Banci Buonamici che ha scarcerato i tre indagati (ansa)

Non c’è un clima sereno a Verbania

Se già avevano suscitato clamore le polemiche, a colpi di interviste sui giornali, tra la procuratrice capo Olimpia Bossi e la gip Donatella Banci,  sulla mancata convalida del fermo, l’intervento a gamba tesa del presidente Montefusco è stato un ulteriore elemento di caos. Il piccolo tribunale di Verbania, che ha forze ridotte come organico di magistrati, improvvisamente si è trovato tutti i riflettori puntati addosso e si è visto così precipitare in una situazione di tensione e rapporti difficili, in cui a risentirne sarebbero proprio le comunicazioni tra gli uffici giudiziari. Ed è anche per questo che gli avvocati, che proprio nella cittadina hanno proclamato un giorno di sciopero, auspicano il ritorno a un clima di serenità. Indagini così importanti e delicate, su una tragedia tanto grave, del resto, meritano attenzione e concentrazione da parte di inquirenti e giudicanti, senza possibili distrazioni dovute a un clima interno che si è avvelenato. La pace su Verbania, però, non è ancora tornata.   

Gli effetti sul turismo

La tragedia della funivia è una ferita aperta che lascerà cicatrici profonde anche nel territorio. A un mese dalla tragedia il comune di Stresa ha lanciato uno slogan “I love Mottarone. La montagna non ha colpe” per sostenere il territorio.  “Un primo segnale per sostenere i nostri operatori”, ha spiegato il sindaco di Stresa che ha coinvolto anche i comuni vicini in questa iniziativa a sostegno del turismo sul lago Maggiore.

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