La vera ragione per cui Maroni è tornato in campo: il retroscena di Pietro Senaldi. E ora, Salvini…

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Pietro Senaldi 25 luglio 2020

L’uomo è bravo, ma come ogni politico di razza non del tutto affidabile, perciò le sue parole vanno prese con le pinze. Lo sa bene Matteo Salvini, che dopo il referendum per l’autonomia della Lombardia, nell’ottobre 2017, contava sulla sua ricandidatura alla guida della Regione, ma venne spiazzato, il segretario leghista direbbe, dal gran rifiuto dell’ultimo minuto. Stiamo parlando di Roberto, detto Bobo, Maroni da Varese, il governatore che non volle ripresentarsi, fece tremare il Pirellone e poi spianò la strada al suo concittadino, Attilio Fontana. Da allora i rapporti tra il capo della Lega e l’ex braccio destro di Bossi, di cui Salvini nasce come creatura politica a detta dello stesso senatur, si sono raffreddati, o interrotti, perché ormai buoni non erano da tempo. Ebbene Maroni, che al governo, fosse quello italiano o della Regione, si è sempre comportato bene, ieri ha approfittato dell’uscita di indiscrezioni su una delle inchieste che lo vedono indagato per annunciare il proprio ritorno in politica.

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È la prova che sugli esponenti della categoria, anche quando si tratta di ex, non ci si può mai mettere la mano sul fuoco. L’ex governatore aveva giurato di averne le tasche piene delle trame e delle responsabilità di palazzo e che il suo nuovo lavoro, l’avvocato o meglio il procacciatore d’affari, ma sarebbe più corretto dire il facilitatore o il lobbista, gli stava dando maggiori soddisfazioni personali ed economiche. Poi d’improvviso, il cambio d’idea. L’iscrizione alla sezione varesina della Lega e il meditato rientro per settembre, «sentendo prima la mia famiglia» specifica il grande ex di ritorno. In realtà Maroni si allontanò per due ragioni. La prima è che la Lombardia gli stava stretta, ed era diventata per di più una poltrona molto pericolosa per lui, con il maturare di inchieste giudiziarie a suo carico; ancorché, è doveroso specificarlo, molto discutibili.
COME IBRA AL SASSUOLO Il secondo motivo è che l’autonomista Bobo non ci si trovava più nella Lega sovranista di Salvini, che ha rottamato buona parte della classe dirigente del Carroccio della generazione maroniana e si apprestava ad arginare l’interessato, confinandolo definitivamente in Regione. Ma da ieri è iniziato un altro film. L’annunciato ritorno ha mosso le acque nella Lega. Cosa vorrà fare Bobo? Il sindaco di Varese, giurano i ben informati, che ricordano l’incontro del disgelo di tre settimane fa, quando Maroni fece capolino alla presentazione del libro della giornalista Annalisa Chirico Stelle cadenti sulla precarietà della gloria dei politici e si rivide con Salvini. «Ci manca un sindaco a Varese, lo fai tu?» chiese il Capitano, come a tendere una mano. «Se proprio ti serve, obbedisco» fu la risposta. Maroni sindaco di Varese però è come Ibrahimovic al Sassuolo. C’è sempre tempo. Più probabilmente sotto traccia il riavvicinamento c’è e nasconde qualcosa di più. Salvini ha puntato sul sovranismo spinto e ha relegato in seconda fila in questo momento perfino uomini di valore come il plenipotenziario Giorgetti. Ma, se fallirà la spallata d’autunno delle Regionali, la traversata nel deserto per il leader leghista sarà lunga e pericolosa e alla Lega potrebbe essere utile avere tante figure di riferimento autorevoli e rispettate.
IL TEMA GIUSTIZIA Per una volta forse per capire bisogna prestar fede alle parole del politico (ex), il quale dice di non essere in cerca di poltrone, tantomeno istituzionali o di amministrazione, che chiamano rogne, ma di essere disponibile a farsi alfiere di battaglie delle quali il Paese ha assoluto bisogno. Prima, quella della giustizia, meccanismo del quale l’ex governatore si ritiene vittima, esattamente come Salvini, la cui incriminazione farsa per sequestro di immigrati, sputtanata dalle intercettazioni dei magistrati, viene citata esplicitamente da Bobo, che con Matteo condivide l’esperienza al Viminale e la lotta ai clandestini. Maroni è convinto che due anni in giro per l’Italia a mediare tra imprese e politica, a dare consigli e studiare piani aziendali, gli abbiano consentito di mettere perfettamente a fuoco quello di cui il Paese ha davvero bisogno per salvarsi e come fare per ottenerlo. Se così davvero fosse, sarebbe probabilmente il solo a custodire il segreto. Tutto sta a beccarlo sul telefonino, che l’uomo esperto, dopo la recente uscita, conserva staccato per lunghe ore al giorno.

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