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Landini: “Sugli appalti una scelta indecente, pronti allo sciopero generale”

La Republica News
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ROMA – «È una vera scelta indecente quella che si appresta a fare il governo», attacca Maurizio Landini, segretario generale della Cgil, ancor prima che inizi questa intervista.
Qual è la scelta indecente, segretario?
«La liberalizzazione del subappalto, le gare al massimo ribasso, e poi ci mancava pure l’appalto integrato, quello che affida allo stesso soggetto la progettazione e l’esecuzione dell’opera. Trovo del tutto sbagliato e grave l’orientamento che il governo sembrerebbe prendere con il decreto Semplificazioni. Così si torna indietro di vent’anni, ai tempi del governo Berlusconi e del suo ministro Lunardi. E abbiamo già visto che cosa significa: riduzione dei diritti per chi lavora sugli appalti, scarsa qualità del lavoro, scarsa qualità delle opere, maggiore insicurezza nei cantieri e, infine, il rischio di alimentare il male oscuro italiano, quello della corruzione e dell’illegalità».

Per queste ragioni lei sta pensando allo sciopero generale?
«Alcune nostre categorie unitariamente sono già pronte. Noi, conseguentemente, lo valuteremo insieme a Cisl e Uil. Al governo stiamo dicendo che non va, che sta sbagliando. Si era impegnato a discutere con noi prima di approvare le riforme e i decreti, invece non lo sta facendo. Dunque è chiaro che se non cambia direzione ragioneremo su tutte le forme di mobilitazione necessarie, nessuna esclusa».
Ma lei pensa che l’opinione pubblica possa comprendere una scelta così radicale in una fase in cui migliaia di persone hanno perso il lavoro e con l’economia che sta cominciando a dare flebili segnali di ripresa?
«Guardi che noi ci stiamo giocando ora il futuro del Paese. Non può essere che solo un anno fa tutti riconoscevano il valore essenziale del lavoro e delle persone per uscire dalla pandemia e adesso si possono tranquillamente sbloccare i licenziamenti e aprire alla liberalizzazione degli appalti».
 

Il governo punta a velocizzare le procedure per poter ottenere i soldi del Recovery Fund. A questo serve il decreto Semplificazioni.
«Lo fa nel modo davvero sbagliato. Per ridurre i tempi bisogna fare le assunzioni, ridurre e riqualificare le stazioni appaltanti. La questione centrale deve essere quella della qualità dei progetti, non semplicemente quella dei costi. Bisogna investire sulla qualità delle opere e sulla qualità del lavoro e su quella delle imprese».
 

Il governo ha assicurato che saranno garantiti i diritti dei lavoratori. Non ci crede?
«Invito il governo a mettersi nei panni delle lavoratrici e dei lavoratori che subiscono le gare al massimo ribasso nel settore pubblico e in quello privato».

Si spieghi, cosa vuol dire?
«Per aggiudicarsi le gare con forti ribassi si è costretti ad abbassare i salari, a ridurre i diritti e la sicurezza. Le gare al massimo ribasso, insomma si traducono per chi lavora in meno soldi, meno diritti, meno sicurezza. È questo che vuole il governo? Non possiamo tornare a prima della pandemia, quel prezzo lo abbiamo già pagato. Gli investimenti e le riforme che possiamo fare, grazie alle risorse del Recovery Fund, devono servire a cambiare il Paese e a valorizzare il lavoro. In più c’è un tema di legalità che va garantita e di vera lotta alla corruzione che va imposta. Dunque se la questione è la reingegnerizzazione dei processi delle procedure, come dice il ministro Giovannini, noi siamo pronti a fare la nostra parte, come abbiamo dimostrato firmando un accordo che prevede il lavoro sette giorni su sette, ventiquattro ore al giorno, senza straordinari e con nuova occupazione, per tagliare i tempi della realizzazione delle opere. Ma se invece si imboccano le scorciatoie si finisce per riproporre un film, purtroppo, già visto. Così non si va in Europa: questo è il peggior modo per rapportarsi con l’Europa».

Secondo lei c’è un rapporto tra gli appalti fatti al massimo ribasso e le morti sul lavoro?
«Assolutamente sì. Ed inoltre si incentiva una concorrenza a ribasso a danno delle imprese che puntano alla qualità e all’innovazione».

Partire il prima possibile con gli appalti, tuttavia, vuol dire prendere le risorse europee e creare subito nuovi posti di lavoro. Potrebbero accusare il sindacato di scioperare contro il lavoro, non crede?
«Sciopereremo se non ci sarà nessuna risposta alle nostre richieste. Ma quella che sta prendendo il governo non è la strada che porta a nuovo lavoro di qualità. Cgil, Cisl e Uil hanno avanzato le loro proposte su tutto: fisco, pensioni, pubblica amministrazione, salute, sicurezza, ammortizzatori sociali universali e politica industriale. Siamo pronti ad assumerci le nostre responsabilità ma mancano le sedi del confronto».

Ma se c’è un negoziato aperto con il ministro del Lavoro, Orlando. Il presidente Draghi vi ha più volte incontrato, altrettanto hanno fatto i ministri Giorgetti e Giovannini. Vuole tornare al diritto di veto del sindacato?
«Il confronto deve servire a produrre decisioni condivise, del resto sulla pubblica amministrazione e sulla scuola abbiamo già firmato dei patti. Sulle riforme c’era un impegno a confrontarsi prima delle decisioni, per ora non sta succedendo».

Eppure il governo ha prorogato il blocco dei licenziamenti fino ad agosto per le aziende che utilizzeranno la Cig Covid. Non va bene neanche questo?
«È un primo passo, ma non risolutivo. Noi chiediamo la proroga del blocco generalizzato per tutti fino ad ottobre per poter definire nel frattempo la riforma degli ammortizzatori sociali. A quel punto ci saranno le condizioni per gestire anche i processi di riorganizzazione aziendale senza ricorrere ai licenziamenti ma con nuove politiche attive per il lavoro».

Il governo sta sottovalutando la questione sociale?
«Penso proprio di sì. Trovo inaccettabile la logica che indica nei licenziamenti la strada per le riorganizzazioni aziendali. Piuttosto bisognerebbe collegare gli investimenti alle necessità di costruire una nuova politica industriale, formando e riqualificando i lavoratori».

Infine, il fisco. Il segretario del Pd Letta ha proposta di aumentare le tasse di successione sui grandi patrimoni per finanziare una dote a favore dei giovani. Lei cosa ne pensa?
«Penso che la dote principale che si dovrebbe fornire ai giovani sia quella di un lavoro stabile, sicuro e non precario. Certo, il problema della riforma fiscale esiste come quello di una diversa redistribuzione della ricchezza per combattere le diseguaglianze crescenti».

Considera di sinistra la proposta di Letta?
«Penso che sia di sinistra rimettere al centro il lavoro, che sia di sinistra non licenziare, che sia di sinistra investire sulla sanità pubblica e su un nuovo modello di stato sociale. Insomma, in questa fase non puoi licenziare i padri e offrire un lavoro precario ai figli. Mi permetto di dire che serve un progetto di cambiamento di più ampio respiro».



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