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L’appello a Draghi dei gestori delle palestre: “Riaprire prima o 10mila chiuderanno”

La Republica News
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“Far riaprire le palestre il 1 giugno significa distruggere un intero settore. Qualche numero? Dieci miliardi e mezzo già bruciati, un milione di addetti senza lavoro e 10 mila palestre a rischio chiusura”. Giampaolo Duregon, presidente di Anif, associazione nazionale impianti sportivi, ha scritto una lettera aperta alla Presidenza del consiglio e al sottosegretario allo sport Valentina Vezzali per chiedere di anticipare alla prima decade di maggio la riapertura di piscine e palestre, chiuse per decreto dallo scorso mese di ottobre. “Lotteremo per aprire prima”, annuncia.

Presidente Duregon, perché è così importante aprire prima?

“Abbiamo avuto 10 mesi di chiusura e 5 di semi-apertura, una perdita enorme per i nostri 100 mila centri sportivi: un colpo mortale per molti”.

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Cosa cambierebbe per le palestre aprire a maggio invece che a giugno?

“Per le palestre e le piscine coperte la stagione va da settembre a maggio. Riaprire a giugno, significa riprendere materialmente a settembre prossimo, perdendo quindi altri mesi. Noi diciamo: dimezziamo il numero di frequentatori ma fateci riaprire”. 

Non pensa ci sia un altro rischio di contagio nelle vostre strutture?

“Direi di no. A queste condizioni le possibilità di trasmissione del virus sono bassissime”.

Di quali condizioni parla?

“Misurazione della temperatura all’ingresso, mascherina nei camminamenti interni, distanza superiore di 2 metri tra i clienti, specchio d’acqua per una persona di 7 metri quadrati in piscina e negli spogliatoi una persona ogni 5 metri quadrati”.

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Pensa che tutto questo sia sufficiente?

“I frequentatori dei centri sportivi generalmente hanno uno stile di vita sano, si proteggono. Abbiamo fatto un’indagine su 2 mila strutture in tutta Italia e i risultati sono assolutamente incoraggianti: è risultato positivo un atleta ogni mille. Inoltre non si possono continuare a tenere fermi adulti e anziani che con l’esercizio fisico fanno prevenzione e si tengono in salute”.

Ma le palestre si sono adeguate dal punto di vista del rispetto delle norme anti Covid?

“Abbiamo aderito al contingentamento, abbiamo adottato tutte le precauzioni, abbiamo adeguato i luoghi e dopo aver investito così tanto ci hanno chiuso senza possibilità di appello”.

In una situazione del genere sono più penalizzate le piccole realtà o le grandi catene?

“La situazione è pessima per tutti. I problemi sono di scala diversa ma sono identici. Un impianto di 3-400 metri quadrati, con il contingentamento, può ospitare un numero di persone minimo. Più è grande l’impianto, più è avvantaggiato”.

Gli allenamenti da remoto non ce la fanno a supplire a questa crisi?

“Non incidono minimamente nel flusso economico. È servizio un per i frequentatori, per tenerli fidelizzati, ma non si monetizza.  Quando torneremo alla normalità sarà un servizio in più ma non è sostitutivo. Lo spazio fisico è centrale”.

Il permesso assegnato agli agonisti incide in qualche modo nei conti economici dei centri?

“Parliamo del 3-4 per cento degli sportivi. Qualcuno può farlo ma sono più le spese che gli incassi. In una piscina con 2 mila iscritti gli agonisti sono una settantina e l’acqua va riscaldata per 70 persone?”.

Davvero ci sono 10 mila palestre a rischio chiusura?

“Molti dipendenti sono in cassa integrazione, gli istruttori hanno avuto i sussidi fino al 31 marzo scorso. Qui c’è gente che non lavorerà più, un intero movimento sportivo  si è fermato. Per questo chiediamo di ripartire a maggio, non a giugno”.



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