L’appello al G20 delle religioni: “Togliete il concetto di razza dalla Costituzione”

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Si intitola “Il razzismo e la leadership religiosa verso la riconciliazione” la sessione tematica del G20 Interfaith Forum di Bologna che in queste ore ripropone il tema del dibattito sul quale Repubblica negli ultimi mesi ha coinvolto voci della cultura italiana, giuridica e non solo: se sia necessario eliminare la parola “razza” nell’art. 3 della Carta.

Perché la razza non esiste

I partecipanti all’incontro di Bologna, durante il quale è stato evidenziato come il dialogo interreligioso svolga un ruolo unico nel dare l’allarme sul problema del razzismo, aiutando a costruire una comprensione comune e promuovendo leadership religiosa su questi temi, hanno riproposto  “l’appello al legislatore nazionale di togliere il concetto di razza  dalla Costituzione” (secondo uno studio di Deloitte Legal, essa compare in realtà in 239 normative vigenti nel nostro paese). La Costituzione Italiana, a differenza di quella di Francia e Germania, presenta ancora, all’art. 3 la parola razza.

Quelle 239 leggi in Italia che parlano ancora di “razza”

Al panel partecipavano Barbara Pontecorvo, Presidente di Solomon – Osservatorio sulle Discriminazioni, Audrey Kitagawa, Presidente e Fondatrice dell’Accademia Internazionale per la Cooperazione Multiculturale, Ganoune Diop, Segretario Generale dell’Associazione Internazionale per la Libertà Religiosa Yassine Lafram, Presidente dell’Unione delle Comunità Islamiche Italiane Zara Mohammed, Segretario Generale del Consiglio Musulmano della Gran Bretagna Michael O’Flaherty, Direttore dell’Agenzia dell’UE per i diritti fondamentali e il metodista Jim Winkler, Presidente e Segretario Generale del Consiglio Nazionale delle Chiese.

“Razza”, una parola da abolire. Non possiamo mantenerla nelle nostre norme

“Dai lavori è dunque emerso il dubbio” scrivono i partecipanti nella loro nota “se la parola razza non sia in sè una terminologia distorta, e l’invito a proporre di cancellarla dal lessico del istituzioni, anche quando è usato con le migliori intenzioni, di cui all’articolo 3 della Costituzione italiana”.

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