L’autunno caldo di Tim, tra rete, nomine e indagini interne

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MILANO – Il cda di Tim di venerdì scorso ha prorogato di un mese la possibilità per Cdp Equity di far pervenire un’offerta non vincolante per l’acquisto della sua infrastruttura di rete, ma senza esclusiva. In questo modo la società telefonica controllata al 24,7% dai francesi di Vivendi, vuol tenersi le mani libere per cercare nel frattempo altri acquirenti. Forse per collocare una quota di minoranza, facendo entrare un fondo internazionale specializzato in investimenti infrastrutturali, come lo è per esempio Kkr, già presente nella controllata Fibercop. Ma anche un’operazione di questo tipo dovrebbe passare per le necessarie autorizzazioni del governo in materia di golden power e difficilmente la prova verrebbe superata, visto l’interesse che il nuovo esecutivo di Giorgia Meloni ha verso la proprietà della rete Tim.

Ora, dopo la nomina dei ministri Giancarlo Giorgetti al Mef e Adolfo Urso al Mise, si attende la nomina di sottosegretari e viceministri per capire in che direzione il governo vorrà orientare la partita. La sintonia tra Giorgetti e Massimo Sarmi, ha rilanciato le voci di quest’ultimo al posto del presidente di Tim Salvatore Rossi così come vorrebbe Vivendi, magari con le deleghe proprio sulla partita della rete. Ma Rossi non ha intenzione di fare passi indietro a meno che il governo non glielo chieda esplicitamente, e Sarmi finora non ha mai avuto l’avallo della Cdp, oltre al fatto che il Comitato nomine non ha ancora vagliato il suo curriculum, passaggio obbligatorio per chiunque voglia entrare a far parte del board di Tim.

Altri passaggi importanti saranno la conferma o meno di Alessandro Rivera a direttore generale del Tesoro, oggetto di un braccio di ferro tra Giorgia Meloni, che lo vorrebbe sostiruire, e Giorgetti che lo vorrebbe confermare. Mentre Dario Scannapieco, ad di Cdp nominato nel giugno 2021 da Mario Draghi, sta cercando di costruire un rapporto con Meloni, fino a qualche settimana fa inesistente. Ora bisognerà attendere e vedere cosa succederà al prossimo cda del 9 novembre.

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Il nodo del contratto con Dazn

Intanto la società al suo interno ribolle. Il collegio sindacale e i comitati hanno attivato una serie di audit molto approfonditi che hanno avuto come oggetto il contratto stipulato a fine 2020 da Tim con Dazn, che presenterebbe diversi punti deboli a danno della società. Sotto i riflettori sarebbe finita anche la società Gruppo Distribuzione di Michele Deledda, un fornitore storico che ha operato in acquisto e in rivendita con Tim dei decoder necessari a vedere le partite di calcio attraverso l’abbonamento Dazn-Timvision.

Nel cda del 9 novembre, oltre ai conti, potrebbero essere presentati i risultati di questa indagine interna che potrebbe anche portare alla richiesta di un’azione di responsabilità verso il precedente consiglio. Azione che però deve passare al vaglio dell’assemblea dove ha poche chances di passare visto che Vivendi, azionista di maggioranza relativa, partecipava anche al precedente consiglio.

Faro sulla situazione finanziaria

Il comitato rischi e il collegio sindacale avrebbero anche acceso un faro sulla situazione finanziaria del gruppo che da fine settembre si è fatta più difficile per il pagamento della maxi rata da 1,7 miliardi per le frequenze 5G vinte nel 2018. Il direttore finanziario Adrian Calaza in occasione della presentazione della semestrale lo scorso agosto non aveva mostrato preoccupazioni. “Riteniamo di essere in un’area abbastanza tranquilla in termin di cash dato che, anche considerando i pagamenti da fare per le frequenze 5G a settembre, termineremo l’anno con una liquidità sufficiente che coprirà la scadenza del debito fino al 2024”.

S&P afferma che l’indice di liquidità di Tim è adeguato, 1,78, superiore all’1,2 considerato il livello minimale. Le scadenze, tra bond e debiti, saranno pari a 2,3 miliardi nei prossimi 12 mesi che salgono a 5,9 miliardi su un orizzonte di due anni. Se si aggiungono investimenti 4 miliardi all’anno e il pagamento delle frequenze in Italia e in Brasile il fabbisogno totale arriva a 8,4 miliardi. Sul fronte delle entrate Tim può contare sul prestito Sace da 2 miliardi, l’incasso dalla vendita della partecizione in Inwit per 1,5 miliardi, 4 miliardi di linee bancarie non ancora tirate e attività liquide per 3,9 miliardi. Ma è l’attività operativa che non sta portando i frutti sperati visto che il cash flow operativo, secondo S&P, sarà negativo per 675 milioni quest’anno e dper 275 milioni nel 2023. Tutto ciò porterà a un incremento del rapporto debito su Ebitda fino a 5,2 nel 2022, troppo alto rispetto al livello di 3 che garantisce un rating investment grade e una buona capacità di accesso ai mercati. “Le prossime scadenze saranno un test dell’abilità di Tim di raccogliere liquidità sui mercati mantenendo un margine di liquidità adeguato e un costo del debito bilanciato”, sintetizza S&P. Ma Labriola aveva già detto nella presentazione dello scorso luglio che la società non aveva necessità di andare sul mercato fino a inizio 2024 mentre S&P nel report del 14 ottobre scorso, quello che ha portato al taglio del rating da BB- a B+, scriveva che “nei prossimi 24 mesi Tim deve affrontare importanti scadenze di debiti in un contesto di tassi di interesse crescenti e mercati del debito difficili, mantenendo elevati investimenti nel quadro del piano di ristrutturazione e di separazione”.

In questa situazione l’ad Pietro Labriola sta studiando tutte le possibili soluzioni che possano dare un po’ di ossigeno all’azienda, a partire dalla vendita di alcuni pezzi pregiati del gruppo come una quota della EnterpriseCo, la società che racchiuderà tutte le attività di servizi alle imprese, o la partecipata Tim Brasil.

A partire dalla scorsa estate Labriola ha intensificato lo studio di operazioni insieme a Marco Patuano, ex ad di Telecom e ora senior advisor di Nomura, che insieme al fondo Cvc aveva già provato ad avanzare un’offerta per la EnterpriseCo. Ma ora, con il governo Meloni appena insediato che dovrebbe dare indicazioni sul da farsi, l’idea che sta prendendo piede sarebbe quello di togliere la società dalla Borsa vista la sua bassa capitalizzazione con un’operazione che coinvolga tutti, cioé Cdp, Vivendi e i fondi Cvc e Kkr, per poi procedere lontano dai riflettori a uno spezzatino che veda la rete rimanere nelle mani dello Stato attraverso la Cdp. 

Le difficoltà del momento sono anche testimoniate dal fatto che con Labriola la società ha bucato i target dei collegamenti in fibra con le abitazioni fissati da Fibercop, la società che deve trasformare l’ultimo miglio della rete in rame con la fibra, nella quale ha investito il fondo Usa Kkr. Così come Tim è in forte ritardo sui lavori di 3 lotti vinti in base alle gare del Pnnr, quelli che riguardano la Calabria del nord, del sud e la Sardegna.

Ecco perché il tempo stringe per trovare una qualche soluzione, che sia un accordo sulla rete unica, una vendita di tutta la rete o anche solo di un pezzo, oppure la cessione di qualche asset strategico. 

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