Lavoro, in trent’anni i salari sono scesi del 2,9%: Italia maglia nera Ocse. Sette contratti su dieci a tempo

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Precario, con orario ridotto anche se non per volontà propria, povero con una dinamica dei salari da maglia nera tra i principali Paesi avanzati.

Il mercato del lavoro italiano appare ancora fragile e intrappolato nell’incertezza: dei nuovi contratti attivati nel 2021 solo il 14,8% era a tempo indeterminato mentre il tempo determinato riguardava il 69,8% delle nuove attivazioni. Sono alcuni dei numeri contenuti nel Rapporto Inapp 2022 che non a caso porta fin dal suo titolo: “Bassa produttività, bassi salari e la chimera della sostenibilità”. Le attivazioni di contratti stabili riguardavano il 16,7% dei contratti totali nel 2020 e il 15,2% nel 2019. Nel 2018, prima dell’introduzione del Decreto dignità e della stretta sulle assunzioni a termine i contratti a tempo indeterminato erano il 14,6% del totale. Il dato sulla netta prevalenza dei tempi determinati risente anche del fatto che i contratti a termine spesso sono di durata molto breve e quindi un singolo lavoratore in un anno ha più attivazioni.

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Tra gli elementi di fragilità, l’Inapp segnala un record italiano: nel 2021 il part time involontario (la quota di lavoratori che svolgono un lavoro a tempo parziale non per scelta) rappresenta l’11,3% del totale dei lavoratori contro il solo 3,2% nell’area Ocse. Allo stesso tempo la tendenza alla riduzione dell’orario di lavoro sembra non arrestarsi e il prodotto per singola ora è bloccato dal 2000 rispetto a tutti i Paesi, non solo membri dell’Ue, emerge dal rapporto presentato oggi alla Camera dei Deputati dal presidente Inapp, Sebastiano Fadda.

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I lavoratori poveri nel 2020 rappresentano il 10,8% del totale. Il lavoro povero è in crescita secondo le tabelle Eurostat 2021 (dato provvisorio) all’11,7% a fronte dell’8,9% medio dell’Ue a 27.

Il nostro Paese – sottolinea l’Inapp – è l’unico dell’area Ocse nel quale, dal 1990 al 2020, il salario medio annuale reale è diminuito (-2,9%) a fronte di aumenti di oltre il 30% in Francia e Germania. Nell’insieme il lavoro atipico (ovvero tutte quelle forme di contratto diverse dal contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato a tempo pieno) rappresenta l’83% delle nuove attivazioni con un aumento del 34% negli ultimi 12 anni. “Malgrado alcuni segnali confortanti – ha affermato Fadda – alcune debolezze del nostro sistema produttivo sembrano essersi cronicizzate, con il lavoro che appare intrappolato tra bassi salari e scarsa produttività. Per questo occorre pensare ad una ‘nuova stagione’ delle politiche del lavoro, che punti a migliorare la qualità dei posti di lavoro, soprattutto per i neoassunti e per i lavoratori a basso reddito, per le posizioni lavorative precarie e con poche possibilità di carriera, dove le donne e i giovani sono ancora maggiormente penalizzati”.

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“La produttività del lavoro – si legge ancora – è cresciuta più dei salari quindi non solo la sua dinamica è stata contenuta, ma non sembrano nemmeno aver funzionato i meccanismi di aggancio dei livelli salariali alla performance del lavoro”. Secondo lo studio la flessibilità “buona” ha portato a un’occupazione stabile a distanza di tre anni dall’inizio dell’impiego precario per circa il 35/40% dei lavoratori (in tre fasce di tempo considerate a partire dal 2008-2010 fino al 2018-2021) mentre una quota tra il 30% e il 43% ha continuato a svolgere un lavoro precario,  il 16-18% ha perso l’impiego ed è in cerca di lavoro mentre sono usciti dal mercato del lavoro il 17% dei precari (nel 2010 era il 3%).

“L’8,7% dei lavoratori (subordinati e autonomi) – prosegue il Rapporto – percepisce una retribuzione annua lorda di meno di 10mila euro mentre solo il 26% dichiara redditi annui superiori a 30mila euro, valori molto bassi se comparati con quelli degli altri lavoratori europei. Se consideriamo il 40% dei lavoratori con reddito più basso, il 12% non è in grado di provvedere autonomamente ad una spesa improvvisa, (quindi non ha risparmi o capacità di ottenere credito), il 20% riesce a fronteggiare spese fino a 300 euro e il 28% spese fino a 800 euro. Quasi uno su tre ha dovuto posticipare cure mediche”.

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