Le domande da farsi adesso su Immuni (che forse non si chiamerà più così)

La Republica News

Mentre noi eravamo lì a chiederci chi fossero davvero i congiunti, e se per esempio un’amicizia pluridecennale si potesse considerare un rapporto affettivo sufficientemente stabile ad autorizzare una visita a domicilio nella fase 1 e mezzo della pandemia (pare di no, non vi illudete); il governo pensava ai contatti. Al tracciamento dei contatti dei contagiati da fare tramite app. Per capire quanto la cosa sia importante e sentita dovreste guardare un video apparso ieri sul profilo Instagram di una modella australiana, Rebecca Judd.In Australia era il giorno del debutto della loro app di tracciamento contagi (sì, la loro è già pronta), e la Judd si è ripresa mentre chiede ai suoi concittadini (e ai suoi oltre 800 mila follower), di scaricare subito la app e usarla “perché abbiamo bisogno di riavere indietro la nostra vita” e questo “è il modo più rapido per uscire da questo casino”. Una app per riavere indietro la nostra vita, ecco di cosa stiamo parlando. La speranza di molti.  Ma per capire quanto sia complicato fare una app di tracciamento contagi ben fatta, trasparente, sicura e funzionante, dovreste guardare a cosa è accaduto sempre in Australia nelle prime ore di ieri, quando un milione di persone hanno subito scaricato CovidSafe per accorgersi che non è chiaro se e come funzioni sugli iPhone, e scoprire che se ci sono altre app che usano il bluetooth potrebbe entrare in conflitto e dare risultati falsi, e che per ricordare alle persone di accenderla al mattino, ogni notte dal governo arriverà a tutti un messaggio. Esatto, un messaggio ogni notte, tipo quelli che nel medioevo dicevano “ricordati che devi morire”. Qui il messaggio sarà più o meno questo: apri quella dannata app. Il problema nasce dal fatto che il governo australiano per fare presto non ha aspettato che fosse pronta la soluzione tecnologica proposta da Apple e Google, ma ha imitato l’approccio di Singapore, uno dei primi Stati a dotarsi di una app di tracciamento dei contatti, che però è stata scaricata poco, usata meno, si è persa molti contagi. Insomma non ha evitato che a un certo punto il lockdown, scampato all’inizio della pandemia, fosse necessario. Questo vuol dire che una app non serve? No, vuole dire che vanno fatto le scelte giuste. Le cose fatte bene. La prima cosa da fare è organizzativa e si traduce in alcune semplici domande su cui è bene pretendere risposte quando il presidente del Consiglio o un ministro o un commissario o un esperto da task force verranno a riparlarci di fase 2. Facciamo l’ipotesi che la app ci sia e che il lancio sgombri il campo da dubbi e resistenze. Insomma, siamo a metà giugno se tutto va bene. Se la app funziona ed è un successo in Italia la scaricheranno e la useranno circa trenta milioni di persone. Primo: una app pubblica usata da 30 milioni di cittadini non si è ancora mai vista. E’ un test tremendo per i nostri fornitori tecnologici e per un governo in cui, se l’Inps fa dei pasticci che atterrano i server nel  giorno dell’erogazione dei 600 euro, chiama in causa il primo hacker che passa. E’ un test tremendo, ma insomma, magari stavolta ce la facciamo. Secondo, tutte le volte che una di queste persone scoprirà di essere positiva al virus, il sistema della app (con una modalità di cui si sta ancora discutendo), manderà un messaggio di allerta alle persone con cui il contagiato è entrato in contatto nelle due settimane precedenti. Quante sono? Circa 200 è stato stimato. Tante. In questo numero ci sono i familiari, ma anche coloro che abbiamo incontrato al supermercato, in ascensore, nel viale sotto casa, ai cassonetti della spazzatura, in edicola. Ci sono i congiunti, qualunque cosa questa parola voglia dire alla fine. Circa 200 persone che devono mettersi in isolamento e aspettare. Cosa? Di fare un tampone, ovvio. Ma la macchina sanitaria regionale è finalmente pronta a fare centinaia di tamponi per ogni persona contagiata? Se calcoliamo, ottimisticamente, duemila nuovi casi al giorno e li moltiplichiamo per 200 contatti, ne vengono fuori 400 mila tamponi al giorno. Per dare una idea: finora ne abbiamo fatti 1 milione e 800 mila in tutto. Il cambio di passo è enorme. E siamo pronti ad isolare, in appositi edifici, quelli, fra i contatti del contagiato, che dovessero essere stati a loro volta infettati? Lo dico meglio. Quando ci sarà la app, avremo finalmente preparato il nostro sistema sanitario a gestire questo passaggio decisivo e imponente o stiamo ancora come due mesi fa? Poi ci sono le questioni tecnologiche della app. La seconda cosa da fare bene. Ma su quel fronte le discussioni, nel governo e in diversi paesi europei, sono in corso. Oggi se ne saprà di più. E’ quasi tutto ancora possibile. Persino che alla fine la app non si chiami Immuni, il nome scelto da Bending Spoons, la società che ha vinto la gara del ministro dell’Innovazione. Non piace più. 

Go to Source

Commenti l'articolo

Rispondi