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Le famiglie colpite dalla crisi del Covid hanno perso 4.300 euro di redditi. Con i fondi Ue l’occasione per far salire il Pil del 10,5% al 2030

La Republica News
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MILANO – Il bilancio del Covid è “gravissimo”. Sia per i grandi numeri dell’economia che per i piccoli delle famiglie. Sono stati “persi” 150 miliardi di euro di Pil, 108 di consumi, gli occupati sono 435 mila in meno, l’indebitamento delle amministrazioni pubbliche era sceso a 27,9 miliardi nel 2019 ed è esploso di nuovo a 156,3 miliardi. I lavoratori che hanno subito una perdita di reddito sono 10,9 milioni e le famiglie con almeno un componente colpito dalla crisi sono 8,2 milioni, un terzo del totale.

La perdita di reddito: per le famiglie colpite dalla crisi un conto da 4.300 euro

Secondo i calcoli degli economisti di Prometeia, ai lavoratori colpiti dalla crisi sono venuti a mancare in media 6.100 euro, il 30% del reddito disponibile complessivo annuo. L’intervento delle integrazioni al reddito (29 miliardi tra cassa, bonus e indennità) hanno compensato in parte la perdita, portando la riduzione media a 3.700 euro: il 17,9% del reddito complessivo individuale.

Discorso simile per le famiglie: i nuclei con almeno un lavoratore colpito, dopo le integrazioni (come Reddito di emergenza e di cittadinanza) si trovano di fronte a perdite per circa 4.300 euro, che significa in media l’11,9% del reddito familiare. Una incidenza che scende al 4,9% se si considerano anche le famiglie i cui lavoratori non sono stati toccati dalla crisi.

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Con l’uso efficiente delle risorse Ue possibile crescere del 10,5% al 2030

Se queste sono le fotografie delle macerie, per la ricostruzione la speranza arriva dal mix di spese nazionali e programma europeo di ripartenza. La dimensione degli impulsi fiscali per l’Italia è significativa in prospettiva storica – dice il nuovo rapporto di previsione -: dopo il 6,6% di Pil di politiche espansive del 2020 (108 miliardi), il 2021 si sta avviando verso un impulso di poco inferiore, pari al 5% (85 miliardi). Dal Next generation Eu si aspettano 10 miliardi aggiuntivi, già quest’anno. Il Pil dovrebbe così rimbalzare del 4,7%, ma solo alla fine del 2022 avrà recuperato i livelli pre-crisi.

Alzando lo sguardo nel termine più lungo, il piano europeo rappresenta per l’Italia l’occasione di non essere più “il tallone d’Achille della crescita europea”. I caveat sono tantissimi e riguardano la storica difficoltà a usare i fondi europei, “la capacità del paese di ammodernare l’amministrazione pubblica, recuperare i gap nella formazione dei giovani, ridurre i divari territoriali, in sintesi di interrompere quel circolo vizioso che rende compatibili e alimenta inefficienze del settore pubblico e del settore privato (si pensi al nanismo delle imprese, alla loro scarsa capacità innovativa, alla governance familistica e arretrata, ecc.)”. E ancora, ricorda Prometeia: “Riforma fiscale, riforma del codice degli appalti e delle modalità di attuazione degli investimenti pubblici, a cui sono dedicati due Box, sono solo alcuni degli snodi di questi temi complessi, ma sui quali nel prossimo decennio dovranno essere fatti importanti passi avanti”.

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Nello scenario di base, con la realizzazione del 70% di quanto pianificato nel Pnrr (209 miliardi a disposizione dell’Italia) nel 2030 il livello del Pil italiano potrebbe essere al di sopra di quello del 2019 del 10,5%, con un debito pubblico al 135% del Pil: “Una prospettiva cautamente ottimista che, nella seconda metà del decennio, vede una crescita del Pil pro-capite in linea con quella dei maggiori paesi dell’area”. La crescita media annua nel decennio sarebbe vicina al 2%.

Le diverse velocità della ripresa: l’Ue arranca contro Usa e Cina

Se dopo i primi mesi di pandemia la risposta europea – più drastica nelle misure di restrizione, rispetto alle politiche lasche di Trump e Johnson – sembrava mettere il Vecchio continente su una rotta di ripartenza più agevole, nei mesi successivi il quadro si è invertito. Ricostruisce infatti Prometeia che i ritardi nella campagna vaccinale e gli stimoli fiscali più contenuti si riflettono, sulla sponda orientale dell’Atlantico, in una ripresa più lenta. Non solo Stati Uniti e Cina hanno sperimentato un andamento del Pil migliore nel 2020 (rispettivamente -3.5, +2.2 e -6.8 per cento), ma ripartiranno anche più in fretta: la previsione degli economisti è di un tasso di crescita al 6.2% negli Stati Uniti, 8.6% in Cina e 4.2% nella Unione monetaria. D’altra parte, lo stimolo fiscale Usa è senza precedenti: circa 15% del Pil nel 2020, mentre quello da poco approvato è pari a circa il 9% del Pil. Nel biennio 2021-22 l’amministrazione di Washington sta impegnando 2.800 miliardi di dollari in stimoli, che si sommano ai 2.450 miliardi del 2020. In Cina, invece, il forte aumento degli investimenti da parte di aziende pubbliche ha portato il disavanzo di bilancio inclusivo di queste spese attorno al 18% della ricchezza nazionale nel 2020.

Anche alla luce di questi dati si può leggere il pressing che sta iniziando a montare dai leader Ue, emerso nel vertice di giovedì ricostruito da Repubblica, per ampliare la risposta di Bruxelles alla crisi allargando il Recovery plan da 750 miliardi di euro e – nel periodo più lungo – riformando i meccanismi del Patto di stabilità e dando il là definitivo ai titoli comuni dell’Eurozona, i famosi Eurobond. Per altro, una ricognizione su quanto sta avvenendo negli altri Paesi nella definizione dei Pnrr nazionali mostra chiaramente come molti Paesi (come Francia e Germania, ma anche la Spagna) non siano intenzionati ad usare la quota di prestiti europei (360 miliardi sui 672,5 della Recovery and resilience facility, il braccio principale del Recovery fund), abbassando di fatto la potenza di fuoco del piano.



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