Le nostre strisce climatiche. Cosa è successo all’Italia dagli anni Novanta

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Ricordate cosa accadeva 32 anni fa e cosa facevate in quel 1991? Era l’epoca della Guerra del Golfo e della banda della Uno bianca, l’anno della fine del Patto di Varsavia e dell’Unione Sovietica, ma anche della nascita del Word Wide Web, della prima telefonata su rete mobile Gsm in Finlandia, della morte di Freddie Mercury, della pubblicazione di American Psycho di Bret Easton Ellis. Forza Italia ancora non esisteva, “mani pulite” sarebbe cominciata di lì a breve e fu sempre in quel periodo che gli stipendi in Italia smisero di crescere e l’ascensore sociale di salire.

Molti degli equilibri del nostro presente vengono da lì e, per pura coincidenza, vale anche per il clima. Avevamo estati che mediamente non prendevano fuoco fin da giugno e inverni che potevano esser chiamati tali. Poi le cose sono cominciate a cambiare. Il 1990 fu particolarmente caldo, seguito da un freddissimo 1991 e da un 1994 di nuovo molto caldo con temperature che a Bari hanno toccato i 44 gradi. Sembravano delle eccezioni, “anni record”, che a partire dal 2000 sono diventati sempre più la norma. Già allora era in atto il riscaldamento della Terra, solo dopo però è divenuto così evidente.

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I nostri nuovi colori

Lo raccontano bene le strisce climatiche dell’Italia dal 1981 al 2020 realizzate, con un’accuratezza che non ha precedenti, dal progetto Highlander. Usano come sistema di visualizzazione quella sorta di codice a barre inventato dal climatologo inglese Ed Hawkins, professore dell’Università di Reading, che lo ha creato dando un colore alle temperature medie annuali dell’ultimo secolo e mezzo, ovvero dall’inizio della rivoluzione industriale. Blu per quelli freddi che via via si sono diradati virando verso il rosso con l’aumento dei gas serra. Il progetto Highlander, finanziato dalla Comunità europea, è andato oltre concentrandosi sull’Italia, restringendo l’arco temporale e aumentando il fattore di ingrandimento della lente.

L’intervista

“Vorrei vedere le mie strisce per il clima proiettate sul Colosseo”

“Abbiamo analizzato una mole di dati enorme grazie al supercomputer Galileo di Bologna”, racconta Paola Mercogliano, ricercatrice del Centro euromediterraneo per il cambiamento climatico (Cmcc). “Per questo siamo arrivati ad una rappresentazione tanto minuziosa. Ogni singolo quadrato della griglia di analisi è passato dall’avere un lato di 30 chilometri ad appena due. Questo significa che si può sapere cosa è accaduto nei passati trent’anni non solo in ogni regione, ma anche nei singoli comuni”, che nel nostro Paese sono 7901: da Portopalo Di Capo Passero in provincia di Siracusa, estrema punta sud della Sicilia, a Predoi in Trentino-Alto Adige, il più settentrionale di tutti.
 

Il progetto, guidato dal Cineca, consorzio interuniversitario italiano a cui aderiscono 69 atenei, due ministeri e 27 istituzioni pubbliche, sta producendo un sito interattivo dove si potrà osservare cosa è davvero accaduto a livello nazionale, regionale, comunale su base annua o stagionale. Oltre al Cmcc, ha collaborato anche lo European Centre for Medium-Range Weather Forecasts (Ecmwf) elaborando dati climatici ad alta risoluzione fino al 2070.
 

Metodo, media e lente di ingrandimento  

Per ora ci fermiamo al passato e alle strisce climatiche, visto che sulle proiezioni verrà adoperato un metodo di visualizzazione differente rispetto a quello scelto per il passato. Con una precisazione importante rispetto allo schema di Hawkins: la media della temperatura sul periodo 1981-2020 è calcolata su base trentennale, nel nostro caso 1981-2010. Questo perché i climatologi usano spesso questo metro, tre decadi, per avere una media. Dunque, ciò che state guardando sono le variazioni fino al 2020 rispetto alla media registrata dal 1981 al 2010. Dato che l’aumento delle temperature era già iniziato, l’andamento è ancora più allarmante.

Grazie all’accuratezza geografica, si scopre per altro che la situazione cambia sensibilmente secondo l’area che si prende in esame e non è affatto detto che quelle più a sud siano messe peggio. Critiche le anomalie di temperatura a Venezia, Trento, Bologna e Milano, meno pronunciate quelle di Catania, Napoli e Palermo. Nel mezzo Firenze e Roma, che fanno quasi media nazionale. Da un capo all’altro della penisola a soffrire è spesso l’entroterra, basta guardare a Modena, Arezzo e Foggia.

Poter distinguere quel che accade in città o in campagna, in montagna o sulla costa, con un reticolo così stretto da cogliere fenomeni che prima non potevano esser presi in considerazione, non è una novità da poco. Pensate ad un evento temporalesco violento ma localizzato, alle ondate di caldo estive in un quartiere o al poter misurare l’inverno sempre più mite in un comune alpino con poche case. “Il cambiamento climatico non è intuitivo né omogeneo”, prosegue Mercogliano. “Una delle zone che si è riscaldata di più ad esempio è la Val Padana. Si tratta di fenomeni complessi. Per ogni area andrebbero prese contromisure specifiche”.

Viene in mente il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (Pnacc), immaginato dal 2016 che avrebbe dovuto mettere in sicurezza il territorio individuando gli interventi da compiere. Mentre scriviamo, è in fase di approvazione con i suoi 361 aspetti critici individuati e di conseguenza le opere da fare. Ma non sappiamo ancora quante di queste verranno davvero messe in cantiere.
 

I danni che non abbiamo ancora calcolato

In qualsiasi comune da noi osservato il colore va sempre dal blu o azzurro degli anni Ottanta e primi Novanta fino al rosso degli anni Dieci. Il blu indica una temperatura per quell’anno da 0,5 a 2 gradi in meno rispetto alla media del trentennio, mentre il rosso intenso degli anni Dieci segnala un aumento di un grado. Ciò vuol dire che lo sbalzo fra i due estremi è stato anche di tre gradi. Del resto, provate a ricordare quando vi siete accorti che tutti o quasi in casa aveano installato l’aria condizionata o ancora quando vi siete resi conto che gli inverni erano sempre più tiepidi.
 

“È difficile calcolare i danni climatici dagli anni Novanta a oggi. – come spiega spiega Francesco Bosello, professore alla Ca’ Foscari di Venezia al dipartimento di Scienze ambientali, informatica e statistica – Il cambiamento climatico era già in atto e le temperature stavano già salendo, eppure la variazione era ancora debole. Ma se è vero che risulta complesso definire quanto tutto ciò sia costato sinora, il cosiddetto problema dell’attribuzione, i modelli climatici ed economici, ci consentono di fare proiezioni coerenti sui costi negli scenari futuri. Man mano che la conoscenza migliora, e le anomalie una costante, le stime dei costi vengono progressivamente riviste al rialzo”.

In futuro quindi non dovremmo avere problemi a distinguere il prima dal dopo e capire quanto ci sta costando l’aumento delle temperature. Basta guardare alla crescita degli eventi climatici estremi: solo in Italia dall’inizio del 2023 sono aumentati del 135% rispetto a quelli di inizio 2022. Da gennaio a maggio se ne sono registrati 122 contro i 52 degli stessi mesi del 2022.

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Gli allagamenti da piogge intense sono la tipologia che si è verificata con più frequenza. Sei le regioni maggiormente colpite: Emilia-Romagna, Sicilia, Piemonte, Lazio, Lombardia, Toscana. La denuncia è di Legambiente, che il 5 giugno ha diffuso i nuovi dati del suo Osservatorio Città Clima per sottolineare che servono politiche più ambiziose accompagnate da interventi concreti sia a livello nazionale sia a livello europeo. Quei dati confermano alcune previsioni del passato ormai diventate realtà presente. Il Centro comune di ricerca (Jrc) di Siviglia, emanazione della Commissione europea che produce analisi socioeconomiche per l’ideazione, lo sviluppo, l’attuazione e il monitoraggio delle politiche dell’Ue, aveva predetto che l’impatto sull’area mediterranea sarebbe stato cinque volte superiore rispetto a quanto dovrà subire l’Europa del centro-nord. Si andrà ad aggiungere alle disparità economiche che già esistono fra le regioni italiane e fra le fasce della popolazione. 

Al piano di adattamento manca un pezzo

Torniamo al Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici, il Pnacc, che ha dichiaratamente “l’obiettivo principale di fornire un quadro di indirizzo nazionale per l’implementazione di azioni finalizzate a ridurre al minimo i rischi derivanti dai cambiamenti climatici, migliorare la capacità di adattamento dei sistemi naturali, sociali ed economici, nonché trarre vantaggio dalle eventuali opportunità che si potranno presentare con le nuove condizioni”. In attesa di poterlo leggere, una volta approvato, nel rapporto preliminare c’è un passaggio interessante.

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Allo scopo di valutare la capacità della popolazione di provvedere ai propri bisogni, e quindi anche la capacità della collettività di fronteggiare eventuali situazioni critiche, si spiega che verranno presi in considerazione alcuni fattori: la popolazione inattiva giovanile (0-14 anni) e senile (65 e più anni) rispetto a quella attiva (15-64 anni), la condizione di disagio economico delle famiglie e il tasso di disoccupazione.

“L’indice di dipendenza, ovvero il rapporto tra gli individui in età non attiva e quelli in età attiva, esprime il carico sociale ed economico della popolazione generalmente inattiva: valori superiori al 50% indicano una situazione di squilibrio generazionale”.

In Italia, stando al ministero dell’Ambiente e la Sicurezza energetica, non si registrano condizioni particolarmente critiche. Cita però valori riferiti al 2011, con i livelli più elevati di “potenziale disagio economico” al Centro-sud. Si ammette subito dopo, citando l’Istat, che indagini più recenti rivelano un incremento della percentuale di popolazione inattiva a carico di quella attiva, “per cui sarebbero utili dati a scala provinciale più recenti per rappresentare la situazione”.

Il premio

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Qualche informazione l’aggiungiamo noi allora, tornando a segnalare le analisi degli economisti Salvatore Morelli, Paolo Acciari e Facundo Alvaredo. Sono basate sui registri delle imposte di successione presentate all’Agenzia delle entrate dal 1995 al 2016. Il nostro Paese è stato investito da una vera e propria inversione delle fortune a partire dalla metà degli anni Novanta e fino al 2016: lo 0,1% più ricco ha visto raddoppiare la sua ricchezza netta media reale da 7,6 milioni di euro a 15,8 milioni, facendo raddoppiare la sua quota sul totale dal 5,5 al 9,3%. Al contrario, il 50% meno benestante controllava l’11,7% della ricchezza totale nel 1995 e il 3,5 nel 2016. Il calo è dell’80%, unico Paese in Europa.

In media si è passati da 27 mila a 7mila euro, cifre entrambe attualizzate al valore del denaro nel 2016. Si è rotto così un patto fondamentale sul quale aveva retto la nostra società nel dopoguerra, la promessa che i figli sarebbero stati meglio dei genitori. In tali condizioni diventa difficile far fronte sul piano personale a disastri naturali come le alluvioni o a imposizioni dall’alto che dall’oggi al domani impongono magari di buttar via tutte le vetture vecchie per passare a quelle nuove meno inquinanti.

Il Paese della precarietà e del clima che cambia

“Nel mercato del lavoro molto è cambiato negli anni Ottanta e Novanta, specie con il pacchetto del ministro Tiziano Treu del 1995”, spiega Francesca Coin, sociologa del lavoro in forza alla Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana (Supsi) che ha appena pubblicato il saggio Le grandi dimissioni (Einaudi).

“Il cambio politico, economico e culturale era iniziato prima, negli anni Ottanta. Quelle norme di maggiore flessibilità sul lavoro erano state pensate per adattarsi alla nuova situazione, sperando di contrastare la disoccupazione. Come abbiamo scoperto in seguito, non hanno affatto avuto l’effetto desiderato. La precarietà nasce in quel periodo così come la narrazione nefasta legata alla flessibilità”.
 

Fra le cause che avevano portato a quella nuova situazione economica, c’erano le delocalizzazioni delle produzioni in Paesi dove la manodopera era più a buon mercato. Fenomeno globale che oggi viene combattuto in primis dagli Stati Uniti, gli stessi che fra i primi l’avevano cavalcata sull’onda delle teorie e le pratiche liberiste dell’economista Milton Friedman. L’Italia faceva eccezione, avendo avuto una difesa alta dei diritti dei lavoratori, poi erosi via via con il continuo taglio dei costi e il crollo della grande industria.
 

Cosa avremmo potuto fare? La risposta di Francesca Coin è la seguente: “Tutto. C’è stato un disinvestimento enorme nella nostra capacità produttiva, non abbiamo più avuto una vera politica industriale e non investiamo in ricerca e sviluppo. Non abbiamo fatto leva sulle armi che avevamo: pensi alla formazione che produce intelligenze poi costrette a scappare all’estero o che vengono sottoimpiegate in settori con un livello così scarso di innovazione da richiedere solo bassa manovalanza, anche intellettuale. Molto era evitabile”.
 

Dall’adattamento climatico a quello sociale ed economico

In questo contesto si aggiunge la crisi climatica e le elaborazioni del progetto Highlander danno ora un’idea precisa di quali aree sono già state maggiormente colpite. In alcune proiezioni precedenti del Cmcc, diverse aree italiane potrebbero finire per assomigliarsi, come Lazio e Sardegna.

La Pianura padana al contrario rischia di avere le stesse emergenze della Campania, investita d’estate da ondate di caldo che colpiranno vegetazione, animali, persone. Al Sud invece avremo temperature che regolarmente saliranno sopra i 40 gradi. L’agricoltura, il turismo, i valori del settore immobiliare, che rispettivamente da noi valgono il 12, 13 e 15% del Prodotto interno lordo, cambieranno.
 

Nella divisione Urban, Disaster Risk Management, Resilience and Land Global Practice della Banca Mondiale si aspettano un aumento dell’intensità dei disastri naturali di dieci volte nel giro di appena una decade rispetto a quelli attuali, non fosse altro perché è accaduta la stessa cosa nei dieci anni passati. Credono quindi che le ricostruzioni, come quelle in Mozambico, Honduras o in Malawi dopo il passaggio di alcuni cicloni, non siano più una strategia pensabile. Non si può più intervenire a posteriori, bisogna puntare su prevenzione e strategie di adattamento a lungo termine.
 

Questione di salute

Nel settore sanitario, sempre riguardo al clima, la pensano allo stesso modo. Parlare di salute pubblica significa prendere in considerazione anche quel che sta accadendo all’ambiente, dato che ha un effetto diretto sulla popolazione. Alcuni medici hanno così preso a collaborare con ecologi, scienziati del clima, economisti e a usare i loro dati per costruire modelli e previsioni in quel campo che viene chiamato “Salute planetaria”. Titolo per altro di un libro interessante curato da Samuel Myers e Howard Frumkin (Franco Angeli). Il primo è ricercatore presso l’Harvard T.H. Chan School of Public Health, il secondo è professore emerito di Scienze della salute ambientale ed ex preside della School of Public Health dell’Università di Washington.

Il saggio

Le conseguenze che la crisi climatica avrà sulla nostra salute

I due sono convinti che non basti più analizzare le evidenze dell’ultima epidemia e trovare un rimedio a posteriori, ma serve anticipare il futuro. Per farlo, gli sguardi tradizionali suddivisi in base alle varie discipline, sono inadeguati. Bisogna avere un quadro complessivo per trovare soluzioni efficaci.
 

Non è un caso che la stessa Paola Mercogliano stia coordinando qui da noi il progetto Agora, che fra Germania, Svezia, Spagna e appunto Italia, vuole promuovere la trasformazione sociale per consentire alle comunità locali di affrontare la crisi climatica. Obiettivo che può essere raggiunto solo attraverso un approccio multidisciplinare e integrato. Iniziativa paneuropea nata per condividere strumenti avanzati, pratiche, competenze e bisogni, “interagendo con le scienze per progettare e costruire un’Europa più resiliente”. È un progetto di Horizon Europe iniziato nel gennaio 2023.

“Come dicevo all’inizio il cambiamento climatico non è intuitivo, ci troviamo davanti ad una mutazione del nostro Paese molto complessa e spendere male i soldi per l’adattamento è un rischio concreto”

Messaggio molto chiaro. Resta solo da capire se verrà ascoltato, così che si riesca finalmente a lasciare alle nostre spalle le ombre calate negli anni Novanta.  

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