Leone d’oro: ode a Jean-Paul Belmondo

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Un giorno di circa sessant’anni fa, uno svizzero dall’aria triste e un po’ losca che girellava per Saint-Germain-des-Prés dietro preoccupanti occhiali scuri abbordò in strada un altro tizio dall’aria allegra.
«Ti andrebbe di fare cinema?» chiese il tizio triste.
«No» disse il tizio allegro.
«Gireremmo il film in camera mia e ti darei cinquemila franchi al giorno».
«In questo caso lascia che ci rifletta» disse quello allegro e corse a casa per consultarsi con la moglie.
«È più grosso di te  ‘sto tipo?» s’informò lei.
«No, più piccolo».
«Allora vacci, ché siamo in bolletta. Alle brutte lo stendi a pugni».

Non ce ne fu bisogno. Le riprese durarono una giornata e si svolsero senza colluttazioni in una stanza d’albergo a rue de Rennes. Il cortometraggio di dodici minuti – un esilarante pistolotto comminato da uno sbruffone alla ragazza che sta per scaricarlo – fu intitolato Charlotte et son jules (in argot jules sta per ganzo). Il tizio allegro che ne era protagonista si chiamava Jean-Paul Belmondo, quello triste alla cinepresa Jean-Luc Godard.

Leggenda pretende che la prima scintilla della Nouvelle vague si sia accesa così. Due anni dopo, 1960, il tandem Jean-Luc/Jean-Paul farà il botto con À bout de souffle (Fino all’ultimo respiro) che, sebbene squinternasse gli schemi del cinema visto fin lì, andò benone anche al botteghino. Belmondo intascò 400 mila franchi e nel giro di una settimana se li sputtanò in Costa Azzurra con la prima consorte Elodie.

Era nato il fenomeno Bébel. Era nato «l’attore di domani» annunciò enfatico Jean Cocteau. Magari esagerava, però l’irruzione di Belmondo fu vissuta davvero come un evento liberatorio. A settembre la Mostra di Venezia gli renderà omaggio con un Leone d’oro alla carriera. Riconoscimento doveroso, forse tardivo per un signore che oggi ha 83 anni e solo un po’ meno acciacchi. È stato attore, poi divo, quindi monumento. Divo e monumento hanno giocoforza finito per oscurare l’attore. Ed è un vero peccato, se non altro perché il personaggio-Belmondo – le tendre voyou, il tenero balordo – è interamente frutto di una prodezza attoriale. O, che è lo stesso, di un favoloso inganno.

Da Jean Gabin a Lino Ventura, i duri del cinema classico francese venivano per lo più dal quarto stato. Del milieu delinquenziale seppero restituire gli atteggiamenti perché durante la gavetta lo avevano quantomeno costeggiato. Belmondo no. Lui la pègre, la mala, l’ha vista solo nei film. Nasce nel 1933 a Neuilly, quartiere chic del Nordovest parigino, e viene su nel 14° arrondissement, che ai tempi aveva ancora un suo côté popolare ma senza essere tra i più sfigati della capitale. Bébel è figlio della borghesia intellettuale. Madre pittrice, padre scultore, di ascendenze siciliane, e insegnante alle Belle Arti. A scuola JP è una teppa. E una frana. Per dirozzarlo, papà Paul lo trascina ogni domenica al Louvre. Il ragazzino gradisce, ma ha la testa altrove. Pensa al ciclismo, al calcio – gioca da portiere – in seguito alla boxe. Sarà un welter senza infamia: «Sono salito sul ring nove volte: ho vinto quattro incontri, ne ho persi quattro e pareggiato uno. Non ero male, ma mi ruppero il naso e allora preferii dedicarmi al cinema» avrebbe raccontato, mentendo. Il famoso naso non glielo spiaccicarono pugilando, ma in una rissa tra bande di liceali al Bois de Boulogne. All’Accademia d’arte drammatica – dove, fallito l’esame di ammissione, è entrato di straforo – Belmondo non si fa valere più che a scuola. Scalpita, freme, non chiude mai il becco, si aggrappa al sipario usandolo come Tarzan la liana. Non vuol saperne di darsi una calmata.

A 17 anni è andato via di casa, ma per modo di dire. Vive in un appartamentino affittato coi soldi di papà in rue des Lombards, stradina vicino a Les Halles che si va imbottendo di locali jazz. Suoi compagni d’arte e di bicchierate sono Annie Girardot, Jean-Pierre Marielle, Jean-Claude Brialy, Jean Rochefort, Bruno Cremer… Tutti si faranno un nome, ma nessuno provocherà terremoti in scala Bébel. Malgrado le pessime valutazioni, JP s’incaponisce col teatro. Recita Molière, Goldoni, Shakespeare, ma in ruoli pressoché subliminali. E al momento dell’esame conclusivo liquida gli insegnanti col gesto dell’ombrello e uno sprezzante: «Non sono passato per l’Accademia, ci sono passato davanti». Ok, non sarà sbocciato un grand comédien, forse solo un gradasso di talento. Che però sta simpatico a tutti, ma proprio tutti i coetanei. E alle coetanee non ne parliamo. Belmondo è già il tipo d’individuo di cui da ragazzi ci si diceva: «Vabbè, m’avrà soffiato la fidanzata. Però fa spaccare dalle risate. E dopotutto m’ha liberato da un grooosso peso».

Ad ogni modo non esiste solo il teatro. Grazie a dio c’è pure il cinema. Il primo regista di rilievo che lo tira dentro a un film è Marc Allegret. Sul set di Sois belle et tais-toi (Fatti bella e taci) JP incrocia un debuttante di nome Alain Delon. Tempo una decina d’anni – tra sodalizi, scorni autentici e rivalità fabbricate dal marketing – diventeranno i dioscuri del cinema francese. Ma è ancora il ‘58. Lo stesso anno dell’incontro con Godard, suo vero pigmalione. Il ginevrino è un tipetto difficile, però intuisce da subito che il potenziale innovativo di Bébel si annida nell’inedita miscela tra una fisicità straripante e una tendenza all’astrazione lirica, vuoi alla surrealtà bislacca. Perciò in Pierrot le fou (1965, arrivato in Italia con il titolo Il bandito delle 11) lo piazza nudo – ma con l’immancabile Gauloise ballonzolante sui labbroni – in una vasca da bagno. E gli fa leggere quello splendido passaggio di Élie Faure su Velázquez: «Oltrepassati i cinquant’anni, Velázquez non dipingeva più cose definite. Errava intorno agli oggetti come l’aria e il crepuscolo… Velázquez è il pittore del pomeriggio, dell’immensità e del silenzio». Commenterà Godard: «Non è facile leggere un testo del genere se hai una faccia da boxeur, ma Belmondo c’è riuscito benissimo».

Anche Jean-Pierre Melville, altro genio intrattabile, afferra l’eccentricità di Bébel. Insieme gireranno tre film. Sul set dell’ultimo, L’Aîné des Ferchaux (Lo sciacallo, 1963), litigano di brutto perché il regista maltratta l’anziano Charles Vanel. E si becca un ceffone da Jean-Paul. Comunque di lui aveva detto: «Sa abbinare come pochi virilità ed eleganza. Ma occhio: è anche dotato di un’intensa vita interiore». Certo, se gli chiedono quale sia il suo libro preferito, Belmondo risponde: il quotidiano sportivo L’Équipe. Ma confessa pure: «Quando sono giù di corda, rileggo Rimbaud. Allora mi ricarico». E così la critica più cultivée è rassicurata. Però, nel Paese che li ha inventati, l’idillio tra JP e gli intellettuali avrà vita breve.

Nel maggio ‘68, mentre Parigi arde di sommosse, Belmondo che fa? Se la spassa in Senegal con Ursula Andress, sua nuova fiamma, impegnata sul set di un film che non merita menzione. «Ero lontano, ma non sarei sceso in strada a manifestare» avrebbe ammesso lui. Rincarando in altra occasione: «La politica è un lusso che non posso permettermi. Non approvo attori e cantanti che utilizzano la professione per fare attivismo. Sono di destra, di sinistra, di centro, di ovunque. I miei elettori sono gli spettatori». A sentirlo parlare così, qualcuno ci resta male. Nel passaggio dalla gretta Quarta repubblica al neo-patriarcato gaullista, negli anni della sporca guerra d’Algeria, Belmondo era diventato emblema del ribellismo di una generazione che si sentiva scippata della propria gioventù. Non solo. In quella temperie si era persino lasciato sedurre dall’engagement al punto da guidare il sindacato attori, vicino alla gauchista Cgt. Poi di botto, ringrazia, molla tutto e si tuffa in un vorace disimpegno. Perché? Un indizio di risposta lo si potrebbe trovare in una foto del ‘64 che lo ritrae durante una riunione insieme ad altri rappresentanti sindacali. Siedono intorno a un tavolo ricoperto di scartoffie. In giacca e cravatta, Belmondo non sembra mai stato tanto fuori ruolo.

La fuga dalla politica avrà effetti anche sulla carriera. Sin dall’inizio Bébel ha alternato film commerciali a copioni autoriali (Truffaut, Chabrol, Resnais…), ma progressivamente accetterà solo prodotti di cassetta. E che però a riguardarli sono spesso irresistibili. Specie se firmati Philippe de Broca (L’homme de Rio, Le Magnifique, L’Incorrigible…) o Henri Verneuil (Le Casse, Peur sur la ville…). Senza contare ovviamente il sontuoso Borsalino (1970): dal duello Belmondo-Delon uscì forse vincitore il secondo, ma ai punti. Intanto il box office se ne veniva giù. Siamo ormai in piena apoteosi divistica. Jean-Paul è il piacione che, dalla Andress a Laura Antonelli, acchiappa le star più concupite su piazza. È lo scavezzacollo che nelle scene acrobatiche non vuole controfigure –  e le rifiuterà fino a 65 anni. È l’idolo del gossip e delle rituali bagarre col paparazzame. Strega le folle e ne è dominato: «Mi piacerebbe interpretare il perdente, la vittima, ma il pubblico non me lo perdonerebbe».

La critica militante lo dà per fottuto, venduto al sistema. Le inevitabili femministe lo crocifiggono come un macho trogloditico. Eppure Belmondo è rimasto sostanzialmente quello di prima e di sempre. Che si tratti di guardie o ladri, la sua cifra è immergersi in un ruolo senza mai aderirvi del tutto. Un pudore autoironico, uno scarto malinconico glielo impediscono. E lo rendono imprevedibile: «Quando grido Azione! non so mai che cosa Jean-Paul dirà, che cosa farà» raccontava Jean Becker. Bébel è l’anti-Actor’s studio. Non per teoria, per temperamento. Alla mistica dell’immedesimazione preferisce lo scetticismo sardonico di chi non si prende mai sul serio perché, al fondo, non saprà mai chi è. Non per niente in più di una sequenza lo vediamo pavoneggiarsi interrogativo davanti a uno specchio e poi scacciare la vertigine identitaria catapultandosi nell’azione: un movimento perpetuo.

Soave nevrotico, Belmondo non sta mai fermo. E la sua andatura diverrà leggendaria come quelle di John Wayne, Henry Fonda o Cary Grant. È il passo risoluto di uno che sembra stia andando sempre da qualche parte. Anche, e magari soprattutto, quando non va da nessuna parte. Sostennero che era l’erede di Gabin («Ragazzo, tu sei i miei vent’anni» gli dice il vecchio Jean in Un singe en hiverQuando torna l’inverno – 1962). Ma per Bébel – che ha sempre venerato i clown –  la vera divinità è l’anarcoide e scimmiesco Michel Simon, di cui, per inciso, è sempre stato un formidabile imitatore. Come quella del maestro e di ogni mostro sacro, anche la faccia di Belmondo si rapprende a un certo punto in una maschera. Tra gli anni 80 e  90 lui riporterà quella maschera a teatro, tra l’altro in un Cyrano trionfale quanto ormai senatoriale.

Ancora ci si chiede che razza di attore sia stato Belmondo, se più comico o più tragico. Nei suoi film non c’è mai tempo per deciderlo. Forse perché Bébel è tra quelli che hanno raggiunto il segreto più inammissibile della tragedia, cioè la sua essenza di commedia. Se non di farsa. Per quanto smagato, Belmondo non è un eroe della disillusione, non è un revenu de tout, un amaro «reduce da tutto», come dicono dalle sue parti. E fughe, risse, sparatorie hanno per lui il puro valore anti-utilitaristico del gesto circense. In Le Casse (Gli scassinatori, 1971) lo vediamo fare – letteralmente – i salti mortali pur di difendere dalle grinfie di un commissario marcio (un memorabile Omar Sharif) i 36 smeraldi che ha rubato con tutto l’amore per il colpo ben fatto di cui può essere capace un ladro da film. Però alla fine rinuncerà al bottino lasciando affogare i preziosi – e l’avido sbirro con loro – sotto un diluvio di granaglie in una nave silos. JP perderà tutto con una scrollata di spalle e una risata tellurica. E questo ne fa a suo modo un tipo spirituale.

(12 agosto 2016)

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