L’eredità di Falcone: quegli eroi silenziosi della lotta alla mafia

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Una voce fuori campo dice: “Falcone è stato ammazzato perché si era inventato la Dia”. A trent’anni dalla fondazione, il film che ne celebra l’attività non può che cominciare e finire intorno al cratere di Capaci, perché è da quel giorno che la creatura del giudice massacrato con la moglie e la scorta cominciò finalmente a muoversi. Dia 1991 – Parlare poco apparire meno non è un film d’azione, è la storia, a tratti straziante, di un padre e dei suoi figli, inevitabilmente la storia di un’eredità. Giovanni Falcone, racconta il suo collega Giuseppe Ayala, si era sentito dire in America che da noi “si combatteva il crimine organizzato in modo disorganizzato” e aveva concepito una sorta di Fbi all’italiana. Le diede vita con il suo sacrificio. È da quel 23 maggio 1992 che la Dia opera realmente. La sua è un’avventura di uomini che di Falcone imparano il metodo (ragiona come i tuoi nemici, parla come loro, muoviti come loro) e di Falcone adottano lo stile di vita, che significa essenzialmente rinuncia, ombra, attesa.

Uno racconta: “Mio figlio a chi gli chiedeva il mestiere del padre rispondeva: pulisce le strade. E in qualche modo era vero”. Un altro: “Io, mio figlio non l’ho visto per otto anni. Avevo la valigia sotto il letto in attesa della chiamata per una missione. Chi la iniziava, la finiva. Facevamo la stessa vita dei latitanti a cui davamo la caccia. E quando li prendevamo, nessun merito. Solo la nostalgia, la sindrome del reduce, i problemi psicologici”. Un altro ancora: “È stato tutto bello, tutto brutto. Ma ne è valsa la pena”.

Gli esordi sono stati una partita impari: “Non avevamo niente. Né sedie, né palette, niente. I mafiosi usavano i cellulari noi correvamo alle cabine telefoniche con i gettoni. Di tasca nostra ci comprammo un faldone per tenere i documenti e gli appunti”. Poi arrivarono le cimici per le intercettazioni e ci fu il salto di qualità, il sorpasso tecnologico sulla mafia che non si aspettava quel tipo di controllo a distanza. E vennero le vittorie. Il film ne racconta quattro: la cattura di Leoluca Bagarella, quella di Sandokan (il capo dei Casalesi), l’operazione Olimpia contro la ‘ndrangheta e quella che stroncò un giro di usura in Veneto. Il senso dell’avventura non è nel risultato, ma nella maniera in cui lo si è ottenuto. È nella dedizione assoluta che porta a lavorare senza sosta per giorni, trascurando ogni altra cosa con la certezza, l’invidiabile certezza, di essere in guerra dalla parte giusta.

È un sentimento raro, inseguito invano da generazioni, coronato da pochi individui in attività diverse, svolte a macchia di leopardo nel tempo e nello spazio. Questi uomini ne fanno parte. Non vedendoli, ma sentendoli parlare (pur con poche parole, come da motto) si capisce che il loro punto fermo non sia avere fede nello Stato, vanno oltre: lo incarnano. Lo Stato è anche quello che dà incarichi ma non risorse a un giudice coraggioso, che non permette ai suoi servitori di battersi ad armi pari, che non entra a Casal di Principe. Lo Stato è un’idea, vuota come tante finché qualcuno non la indossa, se ne fa portatore, modello, esempio. C’è un passaggio trascurabile ma simbolico nel capitolo dell’arresto di Leoluca Bagarella. È un successo, certo, ottenuto scommettendo sulla soffiata di un pentito, credendo all’intuizione di un agente che riconosce il latitante, rischiando per bloccarne la via di fuga. Fin qui, siamo nel manuale. Fin qui è attività investigativa. Poi accadono tre cose.

La prima: quando il convoglio rientra con la preda, via radio viene proposto l’ingresso trionfale dal cancello principale, invece viene scelta l’ombra, ancora l’ombra, passando dai garage. La seconda: la prima telefonata per annunciare la cattura è al figlio di una vittima del boss. La terza: mentre Bagarella aspetta, in manette, su una sedia, un agente gli offre un panino, che lui rifiuta sdegnato. L’offerta di quel panino, riflette una delle voci, è l’immagine dello Stato, la sua forma. Ragionare, parlare, muoversi come loro finché li hai battuti. Poi tornare a ragionare, parlare e muoversi diversamente. Disse il padre: “Si è costituita una rete di comuni ideali che prescinde dalla mia persona e che non sarà dispersa”. Lo vedi con una camicia azzurra aperta, le maniche arrotolate, la sigaretta tra le dita, si muove su una strada, scena di un delitto. Ha nello sguardo l’ombra di sempre, la luce di sempre, E ha, come sempre, ragione.
 

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