L’estate in montagna senza rifugi

La Republica News

“In montagna sarà un’estate mai vista: temo la prima, dopo la fine della seconda guerra mondiale, con i rifugi d’alta quota chiusi”. Antonio Montani, vicepresidente del Club alpino italiano e responsabile dei rifugi, lancia l’allarme. “Escursionisti e alpinisti – dice – dovranno adattarsi programmando gite di un giorno, oppure organizzandosi con tende, sacchi a pelo e cibo negli zaini. Sarà più impegnativo, sotto il profilo fisico e tecnico: l’emergenza però ci aiuterà a riflettere su un modello di tempo libero che in molti casi si era spinto oltre il limite”.Certificare la negatività al coronavirus e garantire la sicurezza sanitaria di chi andrà in montagna, a certe quote, è impossibile. Per questo rifugi, bivacchi e punti tappa, dal 20 giugno, la notte non potranno aprire come prima. Senza queste strutture di presidio e soccorso, camminare e arrampicare sarà però più pericoloso. “È il momento – dice Luca Calzolari, membro del Soccorso alpino e direttore del mensile Montagne 360 – di aprire una riflessione più larga e più profonda sul modo di frequentare l’alta quota. L’occasione per un recupero di essenzialità e semplicità non va sprecata”. Il Cai gestisce 373 rifugi in tutto il Paese. Le strutture salgono a 715 con bivacchi e punti tappa di escursioni a bassa quota. I posti letto totali sono 18.568, oltre 35 mila se si aggiungono quelli in rifugi privati: il coronavirus minaccia la sopravvivenza di oltre 5 mila famiglie di gestori, soccorritori e guide alpine, storici custodi delle terre alte. “Alle condizioni attuali – dice Mario Fiorentini, cadorino, gestore del rifugio Fiume sul Pelmo e presidente dell’associazione che in Veneto riunisce sessanta strutture – illudersi di una normale estate in montagna non ha senso. Ammesso che frequentarla sia possibile, il contagio imporrà regole nuove. I rifugi non sono alberghi, ma luoghi di condivisione. Si dorme in camerate comuni, i bagni sono collettivi, le cucine sono piccole, i pasti vengono consumati su tavolate uniche: l’opposto del distanziamento sociale.Si potrebbe aprire almeno come punti ristoro. Nelle giornate di bel tempo i pasti potrebbero essere consumati all’esterno. Faremo ogni sforzo, pur di assicurare un riferimento a chi sale nelle Dolomiti”. Tra i gestori, su Alpi e Appennino, fragili speranze e una solida preoccupazione. Molti non potranno pagare gli affitti: se lo faranno, non sapranno come mantenere la famiglia. I rifugi però si trovano in luoghi estremi. Hanno bisogno di presenza e manutenzione costanti. “Abbiamo attivato un fondo per i gestori in difficoltà – dice Montani – ma non basta. Se si perde la stagione, serve l’intervento del governo per finanziare i rifugi che garantiranno comunque presenza, ospitalità e soccorso in casi d’emergenza. Migliaia di escursionisti ogni anno si salvano grazie all’aiuto dei gestori, solo grazie a loro i sentieri restano aperti”. La risposta è già commovente. Telefonano alla sede centrale del Cai e dicono: “Noi, in ogni caso, ci saremo”. I rifugi hanno una lunga storia, le famiglie sono lì per passione. Sono loro a dare l’allarme in caso di incidente, spesso a recuperare e a offrire un ricovero. “Impensabile in Europa – dice il re degli Ottomila Reinhold Messner – una montagna aperta al turismo di massa, ma priva di strutture e di persone per le emergenze come in Himalaya. Le situazioni poi non sono tutte uguali. Ci sono rifugi a bassa quota, raggiungibili su strada e simili a hotel. Ci sono quelli in alto, basi per le ascese alle vette. Per i primi si possono immaginare prenotazioni obbligatorie e servizio esterno. Per i secondi no, anche perché gli alpinisti sono soprattutto stranieri. Un gestore non può chiedere i documenti ai clienti. Non sa da quale nazione, o da quale regione, provengono. In origine i rifugi erano base di partenza, ora sono punto d’arrivo e ogni luogo ha condizioni sanitarie differenti: non si può controllare chi scende dalla stessa automobile all’attacco del sentiero”.Con un servizio di livello sempre più alto, anche nella cucina, aprire solo in parte non è però economicamente sostenibile. Per questo anche in montagna si profila “un’estate di guerra”. “Rinunciare a certe esagerazioni – dice Carlo Gallazzini, storico gestore del rifugio Mandrone sull’Adamello, fra Trentino e Lombardia – ci farà bene. Partire con tutto l’occorrente sulle spalle, specie per chi attraversa i ghiacciai, sarà però una sfida fisica. Serviranno più responsabilità e valutazioni attente, anche per non mettere in pericolo i soccorritori in caso di imprevisti. Per economia e società invece sarà un tracollo: come nella prima guerra mondiale, qui si torna a resistere su un fronte che minaccia di cedere”. Il turismo in montagna vale l’80% del reddito. L’Italia è montuosa per il 46%. Con rifugi e impianti chiusi, le località alpine rischiano il crack. Vietata, fino ad oggi, anche la manutenzione dei sentieri. Le piccole botteghe, gli alberghi famigliari e i contadini che vendono i propri prodotti, sono a un passo dal fallimento. “Partendo dai rifugi – dice Giuliano Masoni, gestore della Capanna Margherita, 4554 metri di quota sul Monte Rosa, il rifugio più alto d’Europa in valle d’Aosta – va aperto subito un confronto politico sul futuro della montagna italiana. Mai come oggi la gente ha bisogno di uscire, di muoversi e di respirare aria pulita. Dobbiamo porre le condizioni per renderlo possibile e sicuro. Se lavoriamo seriamente, si può: specie in alta quota, riducendo i posti letto, con prenotazioni e sanificazione. Qui si viene per un letto, non per mangiare. I medici hanno rivoluzionato gli ospedali: noi, per vivere e garantire la sicurezza, siamo pronti a rivoluzionare i rifugi. Mandare via la gente in difficoltà non è un’opzione”.Covid 19 così non risparmia boschi e rocce. “Le Alpi e l’alpinismo – dice Messner – tornano alle origini di due secoli fa. La natura con la solitu dine respira, ma non abbandonare le terre alte oggi è un dovere per evitare uno spopolamento definitivo. Altrimenti le prossime estati in montagna sorgeranno sul deserto”.

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