L’Europa impreparata sul piano vaccini

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Il Consiglio Europeo di questa settimana, benché’ in formato virtuale, si tiene in un momento cruciale per i cittadini europei. Un momento difficile, con i 27 Paesi membri travolti in misura variabile da una terza ondata della pandemia, mentre USA, Regno Unito, Israele ma anche Serbia, Cile, Emirati e Marocco vedono oramai la luce in fondo al tunnel grazie a campagne di vaccinazione ben più efficaci. Proprio questa asimmetria incomprensibile fa sì che crescano gli interrogativi sull’ adeguatezza della risposta comune che la Commissione Europea ha insistito per promuovere. Al di là delle buone intenzioni, incontestabili, appare chiaro che il coacervo delle decisioni prese a Bruxelles e ad Amsterdam (EMA) abbia gravemente sofferto dell’assenza di un quadro giuridico e di policy sufficientemente solido da consentire alle istituzioni di esercitare competenze in un settore (quello della Salute pubblica) da sempre riservato alle autorità nazionali o regionali.

È quasi superfluo insistere nella disamina dei molteplici errori commessi dalle istituzioni europee e dagli Stati membri, in solido, nell’ approccio alla strategia vaccinale. Quasi superfluo, ma non del tutto. Perché’ le gravi inefficienze registrate nella gestione di quello che il premio Nobel Paul Krugman ha definito, senza eufemismi, “a European disaster”, non mancheranno di riverberarsi a lungo sulla credibilità del processo di integrazione, e delle stesse istituzioni deputate a guidarlo. Se qualsiasi stato nazione può gestire meglio da solo la campagna vaccinale – compresa l’Ungheria, che da quando ha autorizzato unilateralmente l’uso di vaccini russi e cinesi ha in poche settimane raddoppiato la rapidità delle somministrazioni rispetto alla media UE – chi si fiderà ancora di ulteriori cessioni di competenza e di sovranità a Bruxelles?

Mi spiace moltissimo criticare istituzioni di cui mi onoro di aver fatto parte.

Ma la responsabilità politica fa parte degli oneri inderogabili che si assumono nel ricoprire funzioni così importanti. Invece, dalla Commissione continuano a venire dichiarazioni auto-assolutorie e vaghe rassicurazioni per il futuro; e dal presidente del Consiglio Europeo addirittura pronostici sulla campagna vaccinale vista come una maratona, i cui vincitori si dichiarano alla fine: lasciando intendere che i 27 recupereranno alla fine il ritardo accumulato rispetto a grandi partner come USA o UK. Sarebbe un parallelo interessante, se ogni giorno di ritardo nelle somministrazioni non costasse all’ Europa migliaia di morti. Quello a cui assistiamo non è una maratona, ma un crescendo di varianti, di contagi e di vittime, che era evitabile alla luce dell’esperienza di altri Paesi, manifestamente più capaci.

Su questo, mi spiace dirlo, le chiacchiere (bruxellesi) stanno a zero, e i numeri parlano da soli. È inverosimile che i problemi di produzione di tutte le case farmaceutiche si palesino solo quando è il momento di confermare le forniture verso paesi UE, contrattate dalla Commissione. Ed è alquanto paradossale che persino le consegne dall’ Europa a paesi terzi beneficiari di programmi di aiuto internazionale, come il COVAX, appaiano privilegiate rispetto a quelle nel continente – per non parlare dei trasferimenti verso USA e Gran Bretagna.

Il Belgio, paese dove è basata gran parte della capacità produttiva di Pfeizer, Astrazeneca e Janssen, ha vaccinato in 3 mesi più o meno quanto il Regno Unito in una giornata (840.000 somministrazioni ieri). Che ci sia un problema da qualche parte, per le legittime aspettative dei cittadini europei, mi pare evidente

Si fa un gran parlare di vaccini russi e cinesi, di cui si stigmatizza in genere la valenza di strumenti di influenza geo-politica nel quadro di una competizione globale tesa a guadagnare credito e credibilità internazionale, a scapito di altri attori (l’Occidente in questo caso). Non escludo che questi calcoli siano alla base di strategie di persuasione o di profferte generose da parte dei leaders cinesi o russi. Ma si tratta di un dibattito le cui premesse sono incompatibili con la natura stessa di una pandemia: di cui verremo a capo solo a livello mondiale, quando gran parte della popolazione del pianeta sarà stata immunizzata. È anche una discussione che fa torto alle grandissime capacità della comunità scientifica di questi paesi, nonché al valore universale della scienza. L’ unico approccio sensato, in questo caso, sarebbe quello di mettere attorno a un tavolo gli scienziati e i produttori di vaccini dei grandi attori globali (USA, UE, UK, Russia, Cina e India): per confrontare le esperienze sperimentali e cliniche; per condividere i brevetti; per avviare riconoscimenti reciproci più fluidi da parte delle autorità preposte all’ autorizzazione ; e soprattutto per promuovere congiuntamente una strategia di vaccinazione dei Paesi meno abbienti nel quadro e con il supporto dell’ OMS.

Il governo italiano, che presiede quest’ anno il G20, ha titolo e capacità per promuovere una simile iniziativa, visto che tutti gli attori principali siedono a quel tavolo. Sarebbe questo un tema qualificante per l’atteso Summit sulla Salute; ma il lavoro preparatorio andrebbe lanciato già ora, e condiviso a livello UE. Una riflessione da aggiungere all’ agenda del Presidente Draghi, in vista del Consiglio Europeo.

* Senatrice nel Gruppo misto

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