L’idea di un viaggio del Papa in Ucraina divide il Vaticano, tra geopolitica e precedenti storici

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E’ veramente ipotizzabile un viaggio del Papa in Ucraina per tentare di fermare la guerra di Putin? L’interrogativo da più giorni circola insistentemente nelle Sacre Stanze pontificie, ma finora non ha avuto nessuna risposta definitiva in un verso o nell’altro, dando luogo alla nascita spontanea di due “partiti”, divisi tra favorevoli e contrari ad una eventuale presenza di Francesco a Kiev. Specialmente dopo gli inviti fatti al Pontefice nei giorni scorsi dal presidente Zelensky e dal sindaco della capitale ucraina. Inviti a quali la Santa Sede, in realtà, ha risposto con prudenti messaggi di solidarietà per il popolo ucraino, senza tuttavia escludere ufficialmente che il Papa, oltre ai ripetuti appelli alla pace e a un immediato cessate il fuoco, possa decidere di recarsi in Ucraina per condividerne di persona sofferenze e tragedie. Una eventualità accarezzata con insistenza dal “partito” ucraino che, dall’inizio dei bombardamenti del 24 Febbraio scorso, ha preso forma e vita riservatamente Oltretevere.

Tra i fautori di un pellegrinaggio papale di pace a Kiev non manca chi – persino qualche cardinale – fa notare che Jorge Mario Bergoglio, avendo scelto di chiamarsi Francesco – il primo papa a farlo col chiaro proposito di seguire l’esempio del Santo Poverello – di fronte alla tragedia ucraina non deve fare altro che seguire proprio le orme di S. Francesco di Assisi che nel novembre del 1219, nel corso della quinta Crociata, si recò in Egitto a parlare in segno di pace, “come fratello a fratello”, con Malik al-Kamil, nipote del Saladino e Sultano di Egitto e Palestina. Un episodio storico di oltre 8 secoli fa che nelle alte gerarchie cattoliche, dentro e fuori il Vaticano, non sono pochi quelli che vorrebbero prendere a modello per tentare di porre fine ai bombardamenti delle città ucraine. Magari con papa Francesco in prima fila.

“Altri tempi, altre circostanze”, la replica dei contrari, il “partito” della Curia, dove si fa riservatamente notare che “attualmente” non ci sarebbero le “circostanze adatte” per immaginare che il Pontefice possa recarsi in Ucraina. Al di là di scontati motivi di sicurezza, a sconsigliare un simile pellegrinaggio ci sarebbero ragioni diplomatiche ed ecumeniche. La Santa Sede, il ragionamento dei curiali, punta a svolgere un ruolo di mediazione tra le parti in causa, Cremlino e Kiev. Per cui, un eventuale viaggio di pace non dovrebbe escludere Mosca, da dove, però, finora non sono arrivati in Vaticano inviti né da parte di Putin, né dal Patriarca Ecumenico di tutte le Russie, Kirill, che, per di più, ha “benedetto” l’aggressione dell’Ucraina da parte della Russia, ponendosi di fatto in contrapposizione ai ripetuti appelli alla pace di papa Francesco.

Ma nel “partito” curiale tra i contrari al viaggio c’è qualche prelato di lungo corso che fa notare che anche dal punto di vista storico raramente gli interventi papali hanno posto fine alle guerre. Pur con qualche rara eccezione, ma bisogna andare molto indietro nel tempo. Come, ad esempio, Leone I, il Papa che, nel 452 d.C. , convinse Attila re degli Unni a non invadere Roma e a ritirarsi dall’Italia dopo averlo incontrato due volte presso Mantova, presentandosi con una piccola scorta senza armi e vestita di bianco, preceduto solo dallo stendardo papale e dalla Croce. Ed ebbe successo. Dopo oltre 15 secoli, Giovanni XXIII sminò la crisi Usa-Urss per i missili sovietici a Cuba con una lettera all’ambasciata sovietica di Roma il 24-10-1962 nella quale difendeva la pace mondiale messa in pericolo da quella crisi. I missili furono ritirati 18 giorni dopo l’appello di Roncalli. Episodio che per giorni tenne il mondo col fiato sospeso e che dette lo spunto allo stesso Giovanni XXIII di scrivere la storica Lettera Enciclica Pacem in Terris. Altro scenario. Nel 1978, alla vigilia di una guerra tra Argentina e Colombia per motivi di confini, Giovanni Paolo I, 8 giorni prima di morire (28-9-78), in una lettera ai vescovi argentini e colombiani invita i due paesi ad avviare colloqui di pace. Fu preso in parola.

Per il resto buio assoluto. A partire da Benedetto XV che si oppose inutilmente alla prima Guerra Mondiale definendola “inutile strage”. Come pure Pio XII, che nel 1939 scrisse un messaggio ai potenti della terra per scongiurare la seconda Guerra Mondiale ammonendo “che con la pace tutto si salva, con la guerra tutto è perduto”. Inascoltati profeti di pace anche Paolo VI (voce infaticabile contro gli armamenti nucleari), Giovanni Paolo II (ignorati i suoi appelli contro la guerra delle Folkland tra Argentina ed Inghilterra, e contro le 2 Guerre nel Golfo), Benedetto XVI, contrario alla guerra siriana tramite lettere ed appelli, ma senza successo.

Andando in Ucraina, Francesco potrebbe avere maggior fortuna dei suoi predecessori? Difficile rispondere, ma “per il momento non se ne parla”, tagliano corto Oltretevere i fautori del “partito” del no al pellegrinaggio papale a Kiev, dove Bergoglio continua ad essere comunque “presente” con i suoi quotidiani appelli al no alla “inutile, ignobile guerra”, con la preghiera – la consacrazione alla Madonna della Russia e dell’Ucraina è stato finora il momento più alto – e l’invio di aiuti, medicinali, benzina e generi di prima necessità alle popolazioni sofferenti tramite due suoi cardinali di fiducia, il Prefetto ad interim del dicastero per lo Sviluppo umano, il cardinale canadese Micheal Czerny, e Konrak Kraiewski, l’Elemosiniere pontificio che, dopo un primo viaggio nelle scorse settimane, è tornato di nuovo a Leopoli alla testa di un altro convoglio di aiuti, ponendosi alla guida di una ambulanza offerta dalla Santa Sede all’Ucraina

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