L’incredulità di Draghi: “Tante risorse per il sociale, il conflitto è ingiustificato”

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ROMAMario Draghi questo sciopero non se l’aspettava proprio e certo non ci è rimasto bene quando gli è arrivata la notizia. Aveva aperto alle richieste sul fisco dei sindacati fino ad incrinare i rapporti tra i partiti della sua larga maggioranza; con Cgil, Cisl e Uil aveva avviato un confronto sul modello europeo del dialogo sociale, uno scambio di informazioni costante privo dei vincoli però della concertazione, senza attribuire, infine, ai sindacati una funzione di supplenza alla debolezza della politica.

Il metodo Draghi sul fronte sociale. Non è diverso, infatti, il rapporto costruito con la Confindustria di Carlo Bonomi. Ieri pomeriggio quando a Palazzo Chigi è arrivata la lettera firmata da Maurizio Landini e Pierpaolo Bombardieri con oggetto “Proclamazione sciopero generale per il giorno 16 dicembre 2021” sono rimasti sorpresi, anche increduli.

«Sciopero ingiustificato e immotivato», l’hanno definito. L’avvio di un conflitto sociale in una fase delicatissima, in cui accanto alla ripresa della pandemia si registra anche l’impennata dell’inflazione, fa immaginare scenari da anni Settanta: la spirale prezzi-salari con una crescente tensione sociale. Non è un caso che più volte nei suoi ultimi interventi pubblici Draghi abbia insistito sulla necessità di buone relazioni industriali e abbia lodato le iniziative positive messe in campo in questa direzione.

Da ieri il quadro è cambiato con un doppio strappo: quello tra Cgil e Uil con il governo (e i partiti della maggioranza) e quello all’interno del movimento sindacale (come ai tempi dei governi Berlusconi e Renzi).

C’è un profilo anche sociale nell’azione dell’esecutivo Draghi. A Palazzo Chigi spiegavano ieri sera che «non c’è governo che abbia fatto di più per i lavoratori in così poco tempo», esattamente in 296 giorni dal suo insediamento.

E giù l’elenco degli interventi, dal primo step per la riforma fiscale con sette miliardi su otto indirizzati al lavoro dipendente e ai pensionati, ai quattro miliardi destinati dalla legge di Bilancio per l’occupazione e il mercato del lavoro (riforma degli ammortizzatori sociali in testa), ai 3,5 miliardi per la sanità.

E poi le misure (quasi tre miliardi di euro) per contrastare il caro-bollette, la riforma dell’assegno unico per le famiglie, la conferma con alcuni ritocchi al reddito di cittadinanza, il decreto sulla sicurezza sul lavoro. Draghi aveva sfidato anche la sua maggioranza proponendo una sorta di “contributo di solidarietà” a carico dei contribuenti con reddito annuo da 75 mila euro in su, per venire incontro proprio alle richieste dei sindacati. Dall’altra parte quasi la metà (3,3 miliardi) del taglio dell’Irpef va ai redditi fino a 28 mila euro l’anno.

Numeri e scelte che non possono essere sfuggiti a Landini e Bombardieri, tanto che proprio sulla base di essi il leader della Cisl, Luigi Sbarra, si è smarcato ed ha apprezzato la linea di Draghi. Dunque ci sono questioni di merito (Cgil e Uil giudicano insufficienti i passi avanti fatti dal governo), di metodo (Cgil e Uil chiedono un tavolo di trattativa vero e proprio non vogliono essere solo consultati), ma soprattutto ci sono questioni politiche.

Lo sciopero proclamato dalla Cgil di Landini e dalla Uil di Bombardieri (sparute le voci dissenzienti all’interno dei rispettivi organismi dirigenti) appare soprattutto contro la maggioranza di governo. Contro lo stop al “contributo di solidarietà” da parte dei partiti del centro e della destra, Italia Viva, Forza Italia, la Lega di Matteo Salvini e gli stessi Cinquestelle.

È come se Landini, con l’alleanza della Uil, abbia scelto la strada dell’opposizione sociale di sinistra, togliendo alla destra radicale di Giorgia Meloni l’esclusiva dell’opposizione al governo. Landini si muove da sempre sul confine tra politica e sindacato, rivendica una soggettività politica del movimento sindacale, punta a coprire gli spazi lasciati liberi dalla politica e dai partiti(immaginò ai tempi della Fiom la “coalizione sociale”).

Con Draghi ha costruito in questi mesi un buon rapporto personale (significativo l’abbraccio tra i due dopo l’assalto fascista alla sede della Cgil) ma gli va stretto il ruolo del leader sindacale meramente istituzionale, non avendo in tasca, tra l’altro, alcuna tessera di partito. Su questa linea ha incrociato Bombardieri che da tempo si è disegnato un profilo di oppositore, coltivando l’idea di poter spostare la Uil su una posizione anti-Draghi.

Si vedrà se lo sciopero generale del 16 dicembre non andrà oltre la funzione di mera testimonianza, ma intanto a Palazzo Chigi stanno anche pensando alla “mossa del cavallo”: convocare i sindacati al tavolo della riforma delle pensioni prima dello sciopero generale separato. 

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