Little Steven il pirata che a 70 anni non scende dalla nave del rock

Little Steven, il pirata che a 70 anni non scende dalla nave del rock

La Republica News
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È impossibile non amarlo. Quando ha la bandana in testa come un pirata che non vuole scendere dalla sua nave, quando ha i capelli tinti e fa il mafioso in Norvegia, quando imbraccia la sua chitarra con la E Street Band o con il suo gruppo, quando recita nei Sopranos, quando sorride e gongola mentre sul palco il rock’n’roll diventa ancora una volta vero, vivo e forte, quando canta allo stesso microfono di Bruce. No, è impossibile non amare Little Steven, il suo modo di essere, il suo stile, la sua musica. E festeggiare il suo settantesimo compleanno è un po’ come festeggiare l’intera storia del rock, che lui incarna con energia, passione e saggezza.Usa, sorpresa al concerto di Steven Van Zandt: Springsteen lo raggiunge per il bis

Non è un musicista come tutti gli altri, il signor Steve Lento, italoamericano, nonno calabrese e nonna napoletana, nato a Winthrop, Massachussets, il 22 novembre del 1950. Innanzitutto per la quantità di nomi con i quali lo conosciamo, Steve Van Zandt, Miami Steve, Little Steven, nomi d’arte e di vita, che sono serviti negli anni a individuare un personaggio, con un look e uno stile preciso, un “pirata” del rock, come dicevamo, libero e avventuroso. Poi perché è uno dei “fratelli” di Bruce Springsteen, con il quale è cresciuto, con il quale ha condiviso grandi parti della sua vita e, soprattutto, per il quale ha prodotto tre degli album passati, letteralmente, alla storia, Darkness on the edge of town, dove era assistente, The river e Born in the Usa, dove è stato co-produttore. E poi ancora perché è un grande musicista, un militante in ogni battaglia antirazzista, pacifista e per la libertà, un produttore e organizzatore, e moltissime altre cose ancora, realizzate in una carriera lunga e di successo. Come dice Bruce Springsteen: “Non sarà l’unico, non sarà il più vecchio, o il più ricco. Ma Little Stevie Van Zandt, è probabilmente il più carismatico, impegnato e visibile crociato che oggi combatte per preservare la sporca purezza del rock’n’roll”.

Little Steven la musica l’ha scoperta presto, “Da bambino, quando in casa ho cominciato a sentire la radio”, ricorda, “ma non pensavo di suonare, ascoltavo il rock’n’roll, mi divertivo, mi piaceva e mi bastava. Ma tutto cambiò quando nel 1964 i Beatles e i Rolling Stones, quando ci fu la British Invasion. Fu allora che decisi che volevo fare il musicista, che volevo una band. E non lo decisi solo io. Il giorno dopo che i Beatles apparvero all’Ed Sullivan Show ogni ragazzo mise su una band nel suo garage. In una sola notte tutto era cambiato”. Il giovane Steve cresce nel New Jersey, dove sua madre e il secondo marito, del quale prende il cognome Van Zandt, si sono trasferiti, e a quattordici anni inizia a suonare la chitarra e forma la sua prima band, i Whirlwinds, seguiti l’anno successivo dai Mates. Nel frattempo va a scuola, ma non è esattamente il suo interesse principale, lo espellono, ritorna, alla fine nel 1968 si diploma. Ma è la musica il suo vero interesse, suona dovunque e comunque, e lo fa nella scena di un New Jersey che ribolle di attività. Nel 1966 conosce il giovane Bruce Springsteen, con il quale fa amicizia, così come con tutti i musicisti che ruotano attorno all’area del Jersey Shore, suonano insieme in un lunghissimo elenco di band, nelle quali entrano e escono moltissimi altri amici, gran parte dei quali animano la scena dei primi anni Settanta, mentre si guadagna da vivere facendo l’operaio stradale.”Pian piano, naturalmente, è diventato un lavoro. Si suonava ogni sera, ovunque, andavamo in qualsiasi posto ci chiamassero e le band in cui militavamo erano tante. Abbiamo iniziato a fare un sacco di concerti e ho potuto mollare gli altri lavori che facevo perché finalmente guadagnavo abbastanza per mantenermi con la musica”. La fama e il successo cominciano ad arrivare con Southside Johnny and the Ashbury Jukes, per i quali veste i panni di chitarrista, cantante, autore, produttore, ma poi arriva la chiamata di Springsteen, che gli chiede di suonare con lui per il tour di Born to run: “Lo conoscevo da sempre, gli dissi di sì. Dovevano essere solo sette concerti e sapete poi come è andata a finire…”.La storia di Little Steven con la E Street Band è ormai leggenda, il chitarrista è il cuore della band, soprattutto in studio, dove ha vestito anche i panni di produttore, il suo interplay con gli altri componenti e con Bruce, oltre che la sua presenza in scena, sono parte integrante non solo del suono ma anche dell’anima della band. Nel 1982 Van Zandt decide di lanciare la sua carriera solista e pubblica il suo primo album, Men Without Women, seguito nel 1984 da Voice of America, nessuno dei due vende milioni di copie, ma consolidano il mito e il successo del chitarrista. L’apice dell’avventura solista è la clamorosa operazione, nel 1985, di United Artists Against Apartheid, per protestare contro il regime Sudafricano e sostenere la lotta di Nelson Mandela, con una campagna di boicottaggio musicale del Sudafrica e in particolare contro il resort Sun City, dove gli artisti pop internazionali andavano ad esibirsi ma dove i sudafricani neri non potevano entrare. La canzone, Sun City, che lui scrive e produce, vede la presenza di 49 artisti, tra i quali Bruce Springsteen, Clarence Clemons, Miles Davis, U2, Bob Dylan, Ringo Starr, Keith Richards e Ron Wood, Pete Townshend, Joey Ramone, Tom Petty, Herbie Hancock, Jackson Browne Afrika Bambaataa e i Run DMC.Il successo solista pian piano scema, “e a un certo punto mi sono trovato a passare le giornate portando a passeggio il cane. Lasciare la E Street Band fu un errore, che ha cambiato tutta la mia vita in seguito. Ma posso dire che se il mio piccolo impegno ha contribuito al crollo del regime sudafricano, allora ne è valsa la pena”. Ma nel 1999 il Boss e la E Street Band, con Van Zandt ritornato in servizio, riprendono il loro cammino insieme, quello che, tra pause e progetti diversi di Springsteen e degli altri, è arrivato gloriosamente fino a noi. Anzi, la loro ultima reunion, quella per realizzare l’ultimo album di Springsteen, Letter to you, l’ha visto anche riconquistare il suo ruolo di “music maker” al servizio del Boss.Springsteen, ‘Letter to You’: disco e docufilm il 23 ottobre

Quando la band è ferma, però, Steven certamente non riposa, mai: ha la sua band, The Disciples Of Soul, con cui gira il mondo, fa l’attore (è stato Silvio Dante in tutte le stagioni dei Sopranos, ed è stato protagonista e produttore di Lilyhammer), è produttore di dischi altrui, gestisce una casa discografica, la Wicked Cool, che ha fondato qualche anno fa, ha due programmi radiofonici settimanali, che vanno in onda in più di duecento radio in tutto il mondo, ha fondato con la moglie, Maureen (sposata nel 1982, Bruce Springsteen testimone di nozze) e con Vincent Pastore una compagnia teatrale che si chiama Renegade Theatre, e da quando è iniziata la pandemia ha prodotto e realizzato una serie di incontri on line dei corsi di musica intitolati TeachRock. E in questi giorni esce anche un cofanetto di 13 dischi che contiene tutti i suoi album solisti, rimasterizzati, con in più tre DVD di concerti dal vivo, dove si può apprezzare la sua personalissima miscela di rock’n’roll, soul, pop, jazz e reggae. Il cuore però resta legato alla E Street Band… “È come la mia famiglia. Siamo sempre noi, cerchiamo d’invecchiare con dignità suonando rock’ n’ roll. È il ruolo in cui mi sento più a mio agio. È vero, ho avuto anche la mia carriera solista, ma a me non piace fino in fondo fare il protagonista, preferisco essere il secondo, il braccio destro, il consigliori, è il ruolo che interpreto meglio, sia nei Sopranos che al fianco di Bruce. A me piace essere parte di una band. È una favola piuttosto bella, la vecchia buona favola del rock’ n’ roll, quella che racconta di un gruppo di ragazzi che prima suona in un garage, e alla fine ha davvero successo. Un lieto fine ogni tanto ci vuole, no?”.


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