Lo stupro via social e il vortice della Rete che azzera il confine tra vero e falso

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Basterebbe quel fermo immagine sfuocato, coi volti nascosti, in bianco e nero. Una ragazza che fatica a stare in piedi e un branco di giovani maschi che la sorregge e la sospinge verso qualcosa che non può che essere un patibolo. Un’immagine di icastico orrore, tribale, mostruoso. Come se il nostro Paese fosse regredito a un’era in cui sul corpo delle donne si compivano scempi rituali, sacrifici. Come se fossimo in uno di quei luoghi del mondo in cui le donne sono, appunto, carne, vittime della follia maschile.

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Invece è Palermo, la città della bellezza, capace di una cultura raffinata, popolata da una gioventù che guarda al mondo, che scende in strada per smarcarsi dalla violenza di oggi e di ieri. Un fermo immagine che è una porta verso l’inferno. Lo abbiamo guardato tutti a lungo, increduli, e ci siamo forzati a non immaginare cosa è successo dopo, nei minuti che sono seguiti. Lo abbiamo guardato così tanto che da quella composizione, tragica come il Trionfo della morte, sono uscite milioni di immagini riflesse.

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È una pratica ormai così raffinata che ci cascano tutti, persino i più scafati dei giornalisti. In poche ore i social si sono riempiti di messaggi che sarebbero partiti dagli account dei ragazzi, inni all’assoluzione, frasi mostruose che occhieggiavano a chissà quale resa dei conti sono rimbalzate da una parte all’altra. E poi la ridda dei rimandi e le smentite. Il tag della ragazza diffuso (per sbaglio, per dolo?) la sua identità digitale svelata. I video ricavati chissà come, e il terrore/speranza di vedere diffuse le immagini dello stupro — che qualcuno di loro avrebbe registrato — non appena si fossero trovate. Perché mentre la ragazza subiva la violenza qualcun altro la registrava. Impugnava il telefono e inquadrava quella mattanza.

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Com’è possibile che questo non abbia provocato un’interruzione, un sussulto di presenza? L’efferatezza è frutto di un appannamento della coscienza, la paura, la rabbia, il buio nella mente, diciamo. Accade perché il cervello si spegne ed esce il male, che impugna il coltello si incarna in una virilità assassina. E quindi? Sono le sostanze, diciamo allora, la coscienza è sostituita da un impulso chimico. Un elemento estraneo si impadronisce di noi e determina le nostre azioni, abbassa fino a cancellarlo del tutto il limite etico, fa a pezzi il super io.

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Ma questi ragazzi hanno compiuto una catena di gesti utili al delitto, non erano sbandati, non sono finiti in quel vicolo per sbaglio: hanno agito con lucidità. E quindi? Forse bisogna fare attenzione a quello che è successo dopo, a quel vorticare isterico di informazioni, quel circo che mette e toglie particolari, che accusa e ritratta, che interpreta e assolve. Quel vento di idiozia che ha come obiettivo, solo in parte inconscio, di cancellare la realtà. Perché la qualità della nostra mistificazione è ormai così alta da essere del tutto sovrapponibile alla realtà. Non è più possibile riconoscere un falso dentro la rete, un’immagine, un video, un account che produce notizie false. Non è possibile fermare la produzione esponenziale di racconti e immagini a partire da un qualsiasi orrore.

E dunque quel video, che speriamo di non vedere mai, il video che documenta in diretta la violenza, non è un accidente. È il centro della faccenda, è quello che la rende ancora più futile, irreale, che la toglie dalla realtà. È il film di quello che è accaduto grazie al quale quello che è accaduto si sfalda, perde i contorni, si allontana. La violenza contro le donne è sempre stata un pestaggio, un tentativo di annientamento. Gli uomini massacrano le donne per depotenziarle, per soggiogarle, per ribadire un potere che sempre di più non ha altro modo per perpetrarsi che quella violenza.

Se quella violenza subisce il trattamento inflitto dalla rete a qualsiasi cosa, cioè la cancellazione del confine esatto tra verso e falso, diventa ancora più insidiosa. Diventa un’ipotesi, una possibilità che prevede anche il suo contrario. È il paradosso della rappresentazione: la filmo, così non la vedo. La filmo, così, come tutto ciò che si trova in rete, è insieme vero e falso.

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