L’onore autentico dell’ex ambasciatore Giffoni

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Sarà che l’attività diplomatica, qualunque ne sia l’attuale decadenza, continua a evocare virtù forti e valori robusti, scenari alla Graham Greene e atmosfere tra l’esotico e il cosmopolita, “onesta dissimulazione” e trame melliflue. Ordinari eroismi. Tra le gesta del finto console spagnolo Giorgio Perlasca e l’impegno provvidenziale di Tommaso Claudi a Kabul. Sarà tutto questo, ma è certo che a sentire uno come Michael Giffoni parlare con serenità di “onore” non si avverte la più piccola eco di retorica. E quella parola antica, alla luce della sua vicenda, sembra acquistare un significato autentico e prezioso.

Giffoni, entrato nella carriera diplomatica nei primi anni Novanta, trascorre quell’intero decennio nel contesto delle guerre jugoslave e di quella bosniaca, prima di assumere importanti incarichi a livello nazionale ed europeo. Dal 2008 al 2013 ricopre il ruolo di primo Ambasciatore nel neonato stato post-jugoslavo del Kosovo. Rientrato in Italia, mentre svolge il compito di Capo Unità per il Nord Africa, viene sospeso cautelativamente dal servizio (febbraio 2014), perché sospettato di essere coinvolto in un traffico irregolare di visti verso l’area Schengen organizzato da una rete criminale kosovara. Il procedimento disciplinare interno porta alla sua destituzione (massima sanzione prevista a carico di un alto dirigente dello Stato), ma il TAR del Lazio annullerà per due volte (2015 e 2016) il provvedimento del Ministero degli Esteri, disponendo la reintegrazione di Giffoni nel servizio. Eppure, tale misura verrà prima sospesa e, infine, nel 2018, annullata dal Consiglio di Stato.

Intanto, nel 2017, prendeva le mosse il processo penale, giunto a sentenza ventiquattr’ore fa. Il verdetto: assoluzione perché il fatto non sussiste. Certo, come usa dire un po’ ritualmente, si dovranno leggere le motivazioni, ma il dispositivo è già inequivocabile. E dice che sono venuti meno tutti i presupposti di fatto per quella sanzione definitiva inflittagli sulla base di un sistema di pregiudizi e di sospetti, rivelatisi privi di fondamento. Ma non era impossibile, certo, riconoscerli come tali già all’epoca. Restano due considerazioni: in uno stato di diritto minimamente serio e decentemente funzionante la “riabilitazione” di Michael Giffoni dovrebbe essere una procedura automatica, immediatamente assunta e applicata dall’amministrazione statale stessa. C’è da temere, al contrario, che il reintegro nel ruolo dell’ambasciatore richiederà molto tempo, grandi fatiche e ingenti spese.

Seconda considerazione: la vicenda di Giffoni è purtroppo una tra le moltissime. La giustizia penale, che in questo caso ha funzionato, è responsabile, nel corso di dodici mesi, di un numero di errori giudiziari oscillante tra le mille e le duemila unità. A ognuno di questi “errori” corrisponde una vita e un corpo, sottoposti a un vero e proprio calvario.

Giffoni è riservato e pudico e non parla volentieri di cosa sono stati i sette anni e mezzo trascorsi dalla sospensione cautelativa (è un ambasciatore: e non basta certo una qualsiasi destituzione per mutarne il carattere). Ma chi lo conosce sa che questo periodo di tempo è stato un autentico inferno sotto il profilo fisico, economico e morale.

Infine, noto una crescente insofferenza verso i cosiddetti “eccessi del garantismo”. Non saprei, ma se pure fosse, credo che all’origine vi sia la diffusione di una incontinente e onnipervasiva cultura del sospetto. Qualcosa di molto profondo che ha corrotto i fondamenti stessi della mentalità collettiva, fin nelle sue radici psicologiche. Accade così che lo sprezzo per le garanzie e l’indifferenza verso le forme del diritto, la sottovalutazione delle guarentigie e l’intolleranza verso principi quale la presunzione d’innocenza non si ritrovano solo nelle istituzioni giudiziarie e negli apparati di polizia: ma costituiscono il senso comune e motivano il modus operandi delle amministrazioni pubbliche. Come può essere la struttura del Ministero degli Esteri o, che so?, un istituto scolastico. Si potrebbe dire, in altre parole, che si va manifestando un’acuta crisi dell’onore.

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