Lotteria smart working, scontro in Regione Piemonte. I sindacati chiedono più lavoro remoto

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La Regione offre dei soldi a chi vuol vivere in montagna e ripopolare i borghi alpini da dove magari lavorare a distanza, ma quando si tratta dei suoi dipendenti di smart working non vuol più sentir parlare, se non per casi eccezionali. Da qualche settimana, ormai, in Piazza Castello e nelle sedi dei vari assessorati si è tornati alle scrivanie, praticamente a tempo pieno. Una circolare indica il limite massimo del 15 per cento di lavoro a distanza, da assegnare in via prioritaria a chi ha una salute fragile, e quindi rischia più di altri i contagi da Covid-19, chi ha figli piccoli in quarantena, o abita distante e può incontrare difficoltà a usare i mezzi pubblici ( su cui vale ancora la capienza all’ 80 per cento) per raggiungere l’ufficio. In effetti sulle bacheche social dei dipendenti regionali fioccano lamentele e immagini di persone ammassate sui mezzi del trasporto pubblico, uno sull’altro.

Tra sindacati e amministrazione è aperto un tavolo, ma il malumore è alto. L’assessore Marco Gabusi considera chiusa la partita, ma i lavoratori sperano in un ravvedimento e lamentano la confusione. Nei corridoi si racconta che, non trovando una quadra tra chi far lavorare a casa e chi di fronte alla scrivania, alcuni dirigenti abbiano optato per il sorteggio. Sia chiaro, non ci sarebbe, nell’estrazione a sorte, una qualche violazione: l’assessorato al personale ha dato facoltà ai dirigenti di organizzare il lavoro dei dipendenti e come farlo spetta a loro. Veri o no, i rumours sono però la cartina di tornasole della confusione e del malumore che regna in Regione. Non in tutta, a dire il vero. Il Consiglio regionale, stesso ente, ma diverso ufficio personale, ha già da qualche settimana stabilito le regole del lavoro da casa: ogni dipendente può fare al massimo 70 giorni all’anno, di cui non più di due nella stessa settimana. Troppo facile? Forse, visto che negli uffici della Giunta, a pochi isolati di distanza, vige tutto un altro ordinamento, all’insegna della confusione. Secondo i sindacati il testto del 15 per cento del lavoro fuori sede, infatti, può essere calcolato sia sulla presenza delle persone in ufficio, sia sulle ore. Per la giunta, invece, il calcolo non autorizza ogni lavoratore a lavorare da casa il 15 per cento del tempo. «È una situazione di confusione inaccettabile, e intanto ci sono casi Covid tra i dipendenti» , fa notare Luigi Serra, del sindacato Csa che insieme alle altre sigle sindacali il 23 ha in programma un nuovo incontro di trattativa.

L’assessore con delega al personale, Marco Gabusi, però è perentorio: «Lo smart working non funziona, non favorisce la socialità e anche la qualità del lavoro ne risente » . Ricorda « l’impatto fondamentale per i bar e ristoranti che vivono sulla pausa pranzo» e, senza i dipendenti regionali in viaggio, «pure le corse del trasporto pubblico potrebbero subire dei tagli » . Quando ha espresso le sue posizioni sul lavoro a distanza, in Commissione consigliare, le opposizioni, soprattutto i 5 stelle, l’hanno bollato come «retrogrado e medievale», ma è chiaro che la pubblica amministrazione è di fronte a una sfida culturale che il privato è più attrezzato ad affrontare. Se le aziende colgono nello smart working la possibilità per i dipendenti di conciliare meglio vita e lavoro, ma pure una fonte di potenziale risparmio, l’ente pubblico rimane per lo più legato a postazione e scrivania. «È sbagliato pensare che il lavoro da casa sia sinonimo di bassa qualità – sostiene Emanuela Celona delle Rsu –, lo smart working fa bene all’ambiente e fa bene ai lavoratori, forse la pubblica amministrazione dovrebbe fare un salto di qualità e copiare dalle aziende private». Secca (e in partre rassegnata) la replica di Gabusi: «Il privato ha un sistema di controllo delle perfomance che noi non abbiamo».

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