Lultimo di una generazione che dalloratorio poteva conquistare il mondo. Pietro Senaldi addio a Paolo Rossi

“L’ultimo di una generazione che dall’oratorio poteva conquistare il mondo”. Pietro Senaldi, addio a Paolo Rossi

Libero Quotidiano News
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12 dicembre 2020

È morto Paolo Rossi. Aveva 64 anni, 38 dei quali passati da campione del mondo ed eroe nazionale e vissuti con pudore e naturalezza, senza mai farlo pesare. Per noi che nel 1982 avevamo dai dodici ai vent’ anni, la lunghissima adolescenza italiana, se ne va uno dei sogni della nostra generazione, il fratello maggiore che ci aveva aperto i portoni della vita con un’ubriacatura immensa di gioia e soddisfazione e aveva reso quella prima estate da grandicelli fatale e indimenticabile. Se per i nostri padri quella cavalcata azzurra a suon di gol di Pablito aveva significato la riscossa dell’Italietta, per i viziati ragazzi degli anni ’80 era l’affermazione scontata del made in Italy nel mondo, classe, ingegno, cuore e rapidità d’esecuzione. 

L’uomo che è passato alla storia per tre gol in una partita al Brasile, tutti regolari, come il prosieguo della sua esistenza, apparteneva all’ultima leva calcistica di quando in serie A e sul tetto del mondo ci poteva arrivare il più bravo dell’oratorio e c’erano al massimo uno o due stranieri per squadra, o non c’erano affatto. Da qui la sua modestia e il considerare il calcio solo una parte della vita, mentre oggi i campioni vengono allevati in batteria fin dalle elementari. 
Paolo Rossi era affamato di vita, tanto da fare due figlie dopo i cinquant’ anni e dichiarare, in occasione del suo sessantesimo compleanno, che era la gente che lo fermava per strada a spingerlo indietro ai tempi dei trionfi, mentre per lui era più importante il futuro, perché la vita la si capisce e la si scopre giorno per giorno. Forse per questo riuscì a non perdersi quando fu travolto dallo scandalo del calcio scommesse, che lo tenne fuori dal campo per due anni, malgrado non c’entrasse nulla, rubandogli un pezzo importante di carriera. Giustizialismo e invidia erano incisi nel dna italiano già allora. Si riprese del tutto grazie al ct della nazionale Bearzot, che lo aspettò e lo fece rientrare subito da titolare, dandogli fiducia contro tutti malgrado un avvio stentato. Il vecchio friulano la sapeva lunga sugli uomini e Paolo Rossi gliene ha sempre riconosciuto il merito, ripetendo per i decenni successivi che senza l’ombrello protettivo del mister non gli sarebbe riuscito di regalarci il Mondiale. 
Non cercò di rimanere nel calcio, accettando solo di fare il commentatore, per farsi una vita da imprenditore e produttore di vino. Fuori dal campo, non sembrava un calciatore. Una volta, a una delle tavolate che organizzava nella sua azienda agricola, una signora, nel sentirlo raccontare delle ginocchia spaccate tre volte, del dolore e degli impacchi quotidiani di ghiaccio si preoccupò e con tono materno chiese: «Ma non potevi fare uno sport meno traumatico, che ne so, il tennis?». Silenzio degli astanti, lui sorrise. La risposta arrivò istantanea nelle menti di tutti: no, non poteva. 

È il secondo campione di quella formidabile Italia che se ne va. Il primo fu Scirea, nel 1989, ma allora eravamo giovani e lui, sebbene allora solo 36enne, sembrava lontano nel tempo e nel destino; e poi lo portò via un incidente, non una malattia. Pablito invece, con il suo sorriso da eterno ragazzo, che ne ha passate tante senza mai farsi squilibrare da nulla, ci sembra così giovane e vicino. È morto Paolo Rossi e, rubando al poeta, non sono stato mai così attaccato alla vita.

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