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L’università italiana non eccelle, ma si difende

La Republica News
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A voler vedere il bicchiere mezzo pieno, c’è da constatare che nel pieno dell’emergenza Covid 19 il sistema accademico nazionale si è mostrato resiliente e flessibile: nel 2020 le ore di lezione e il numero di laureati sono stati in linea con il 2019, mentre gli immatricolati sono addirittura aumentati, del 9% tra gli atenei pubblici e del 7,1% tra quelli privati.

Di contro c’è che nessun ateneo italiano figura tra i primi 100 delle classifiche internazionali sulla qualità della didattica e le opportunità di lavoro, anche se oltre il 40% rientra tra i primi mille a livello globale, un’incidenza maggiore rispetto a Francia, Cina e Stati Uniti, nessuno dei quali va oltre il 10%. Gli spazi per fare meglio non mancano, a patto di incrementare gli investimenti, intervenire sulle politiche di reclutamento del personale accademico, migliorare la macchina amministrativa, rafforzare la collaborazione tra imprese e atenei e comunicare meglio a livello sistemico.

È quanto emerge dalla ricerca “L’Italia e la sua reputazione: l’università”, realizzata da italiadecide, in collaborazione con Intesa Sanpaolo e presentata con il supporto della Luiss Guido Carli. Uno studio condotto dal comitato scientifico guidato dal professor Domenico Asprone, con i colleghi Pietro Maffettone, Massimo Rubechi e Vincenzo Alfano. I ricercatori sono partiti dall’analisi di questionari sottoposti a: creatori di ranking internazionali; accademici italiani con forti legami internazionali; imprese operanti all’estero; istituzioni internazionali che finanziano la ricerca italiana; infine studenti italiani con esposizione a sistemi di istruzione terziaria nel mondo.

Prendendo come riferimento i ranking Qs e The, tra i principali per prestigio e per risonanza, la ricerca è stata aggiornata a fine 2020 con tutti i dati relativi alle classifiche internazionali e integrata con un’analisi dell’impatto della pandemia sul sistema accademico e la capacità di reazione del sistema italiano nel confronto internazionale. La ricerca prende atto dei risultati non eccelsi dei nostri atenei, pur marcando la diffusa presenza nella fascia medio-alta delle classifiche, ma sottolinea anche un limite dei ranking internazionali: “La presenza di problemi metodologici che penalizzano la realtà italiana perché valutano le singole università e non il sistema universitario nel suo complesso”.

Risultato tanto più rilevante date le condizioni a contorno dello scenario internazionale, a partire dalla forte crescita della domanda di istruzione terziaria da parte dei paesi dell’Africa, del Vicino Medio Oriente e del Far East. Lo studio fotografa, poi, una situazione di scarsa competitività delle nostre università a causa di risorse economiche nettamente inferiori agli altri Paesi di riferimento. I limitati investimenti, sostengono i ricercatori, favoriscono politiche della ricerca poco meritocratiche e più concentrate sulla distribuzione a pioggia di finanziamenti pubblici, che a stento riescono a garantire l’ordinario svolgersi delle attività.

“Questa ricerca muove dall’idea che bisogna abbattere il complesso dell’autodenigrazione, del parlar male di noi stessi, che è sbagliato non solo perché spesso l’autodenigrazione è sbagliata, ma anche perché attiva atteggiamenti deresponsabilizzanti: se nulla funziona è evidente che nessuno si impegna”, commenta Luciano Violante, presidente onorario di italiadecide.

Mentre Gian Maria Gros-Pietro, presidente di Intesa Sanpaolo, ricorda che “avere giovani preparati e un sistema formativo più internazionale e vicino al mondo del lavoro è fondamentale per la competitività di un Paese e delle sue imprese”. Quindi rivendica: “Il sostegno a 70 atenei italiani e alcuni stranieri, tra cui Oxford, con progetti di collaborazione puntuali, è dettato dall’attenzione del gruppo (Intesa Sanpaolo, ndr) alla produzione e diffusione della conoscenza per una equa distribuzione della ricchezza”.

Infine per Paola Severino, vice presidente della Luiss, “il nostro Paese, se analizzato nel suo complesso, emerge come un esempio virtuoso perché caratterizzato da un’alta qualità media del sistema universitario”. Quindi conclude: “La formazione è la chiave per il futuro, soprattutto in un periodo di cambiamenti necessitati dalla crisi pandemica e per questa ragione bisogna puntare a un continuo miglioramento del sistema universitario, coltivando anche il confronto con la Pubblica Amministrazione e con il mondo delle imprese”.



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