Luomo che piantava albere tra i capanon

L’uomo che piantava “albere” tra i capanòn

La Republica News
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FANZOLO DI VEDELAGO (Treviso). Il signor Caspon è un visionario ma, visto che non siamo in California, più che altro gli tirano le pietre. Però è anche un industriale, quindi dotato di senso pratico delle cose e della vita, e se qualcuno gli dà del matto, lui ride: “Ah ah! Dicano quello che vogliono, tanto io continuo”. Intanto si cammina e cammina, con gli stivali di gomma sguazzando tra i ruscelli che lui stesso ha costruito, nel suo Eden che è al centro della terra dei capanòn che è il Veneto. E c’è un buon profumo di terra, in effetti, di cui lui si compiace molto. In dieci anni ha comprato campi e terreni abbandonati, piantato migliaia di alberi, non ricorda il numero “ma siamo intorno ai quattromila”. Questo inverno metterà giù 400 gelsi, che sono un po’ la sua passione. Il moraro ha le foglie grandi “e serviva per i bachi da seta, che un tempo qui si chiamavano i cavalieri”. Poi c’è il morareto, che ha foglie piccole, e frutti neri, da mangiare. O forse è il contrario ed è il moraro ad avere foglie piccole, perché stare dietro al signor Caspon non è facile, significa sgambare nel suo podere che sarà “oltre 50 ettari, ho perso il conto”, quindi una cinquantina di campi da calcio di serie A. E corrergli dietro, ma una volta raggiunto lui si ferma e punta come un setter a una radura “che ho piantato io. Mi segua!”. E ascoltarlo raccontare della sua impresa, per lo più in dialetto perché la lingua dei vecchi gli piace, non ha mai smesso di parlarla, e qui c’è il racconto della sua pasiòn.  Dunque, la passione di Fiorenzo Caspon, che ha 65 anni, è il verde. Anzi, gli alberi. Anzi, le albere, perché qui si dicono al femminile. L’idea è quella di tornare al paesaggio veneto di un tempo, perché “l’agricoltura moderna ha stravolto tutto con le colture intensive. Guardi là: un paesaggio lunare!”. Il mais è stato raccolto, rimane una spianata di stoppie, ed è enorme. “Da queste parti si fa mais, soia, frumento. L’erba non vale più niente, e sa perché? Perché se alle bestie si dà la paglia, la bistecca diventa rosa. Se gli dai l’erba, diventa scura, nessuno la vuole”. Lui semina erba. Combatte contro “i terzisti, che gestiscono i campi di chi non può o non vuole più coltivare. I terzisti devono passare con i loro mega trattori, e così sotterrano i fossi, se possono distruggono gli alberi, si accaniscono”. Hanno bisogno di spazio per manovrare, “fanno produzione, loro”. Ma “alla larga i vandali!”, per tenerli lontani Caspon arriva presto sul posto e discute, si arrabbia, volano i vaffa, “e i contadini? Mi dicono: hai finito di rompere con questi alberi?”. I contadini moderni, molti di loro almeno, non hanno memoria. Fino a 40 anni fa, i campi erano delimitati dalle rogge, e sui canaletti crescevano siepi miste, e albere. Gelsi, aceri di campagna, biancospini, platani, lecci, frassini. Col tempo sono stati sradicati, coperti i fossi, così i trattori possono manovrare sereni. Insomma, solo terra e terra, “arano due volte l’anno, spostano la terra di qua e di là”. Una terra morta, o quasi.CHE COSA LASCIARECaspon non ha mai letto L’uomo che piantava gli alberi di Jean Giono. Non conosce quindi la storia di Elzéard Bouffier, ma conosce la campagna: “Di nascita siamo contadini, io mungevo la mucca, stavo sempre sul letamaio, ero un bambino contadino”, e alla consapevolezza ci è arrivato da solo: “La terra viene sfruttata e basta. Mi sono detto: cosa resterà? Niente. Cosa lascio ai miei figli? Niente”. Allora agisce. “Io e i miei fratelli avevamo ereditato un campo da mio padre”. Compra un altro campetto, pianta un po’ di alberi sui confini. Era dieci anni fa, “questo è il primo filare che ho messo giù. Ah, che soddisfazione”. Il filare svetta orgoglioso, oltretutto è pieno di uccellini che cantano. Ma senza l’acqua non si fa niente, e lui fa un accordo con il Consorzio bonifica Piave. Arriva l’acqua, “che è l’unica cosa viva dei campi”. Il podere si allarga, le voci su quel tizio che pianta alberi si diffondono, nel bene e nel male. Intanto, lui è diventato qualcuno. “Ero perito elettronico, giravo i paesi ad aggiustare elettrodomestici. Mio papà aveva una macchinetta per fare la spugnetta di ferro”, lui la modifica, l’attività vien su bene come un’albera delle sue. Oggi “sono il leader d’Europa delle spugnette metalliche” con la sua Lunik Star (6 milioni di fatturato) ha eliminato la concorrenza. “Alle 6 sono in fabbrica a confermare gli ordini. C’è tanto da fare, non abbiamo mai smesso di lavorare e ho persino assunto dieci persone nell’ultimo periodo…”. Poi prende il trattore e va in campagna, a litigare con i terzisti, a comprare piante che nessuno vuole più, tipo quelle espiantate durante i lavori della Pedemontana che corre laggiù, sotto il profilo del monte Grappa. “Le ho pagate poco, ma poi ci metto i camion, lo scavatore, il bilico”, quando da queste parti passa un rimorchio con su un bagolaro sdraiato, tutti sanno che è suo, e sta per dargli una nuova vita. Però, solo alberi autoctoni, che raccoglie in giro o dai vivaisti di fiducia. Carpini, olmi, noci, come quelli piantati attorno ai suoi cinque capanòn.I GIOVANI CAPISCONO DI PIÙ”Trent’anni fa i platani morivano per colpa delle piogge acide. E i diserbanti e gli antiparassitari usati nella Val di Non, arrivavano fin qui dove siamo, tra Castelfranco e Montebelluna, e i bachi da seta erano diventati sterili. Qualcosa è migliorato. La Regione ha vietato i diserbanti sui fossi, infatti sono tornati i pesciolini, tipo i marsoni”. Qualcosa è migliorato anche nelle coscienze – forse – se la domenica questa area si riempie di famiglie e bambini che giocano a nascondino, e “durante il lockdown era pieno di gente che veniva a respirare”, forse i giovani capiscono di più, come le due ragazze che portano i cani a spasso e dicono ciao, e anche grazie. “Mio figlio Marco ha capito, ha 36 anni, lavora in azienda, è come me: green. E anche i miei nipotini”, una dinastia green che mai pianterebbe una Araucaria, piuttosto i salici stropài, che si usavano per legare le viti.  “Mi hanno chiesto di affittare dei terreni per mettere giù delle vigne di prosecco rosé, che adesso va di moda e piace alle donne. Ho detto no. Eppure mi offrivano centomila euro l’anno!”. Qui si usavano le vigne di Clinto e Merlot, qualcuna c’è ancora ed è ormai vendemmiata e di foglie rosse. Quarant’anni fa, “la Regione dava i contributi per espiantare le viti e fare i seminativi. È cominciata così, la distruzione. Adesso la gente paga per rimettere le viti”, perché le bollicine sono il business dell’oggi.I VERMI DI UNA VOLTA”Senti che pace!”, nel frattempo si è passati al tu, Caspon è uno spiccio e va all’essenziale, sempre: “I nostri figli hanno bisogno di questo: natura. Ho delle pioppe secolari, vuol dire che in 200 anni non sono mai venute giù, ma io ho paura per loro perché adesso ci sono le tempeste che stravolgono tutto. Il clima non sta cambiando. È già cambiato”. E dice che non ci sono più i vermi di una volta, che escono quando rivolti la terra, “ma nel mio ci sono, quelli grassi, perciò arrivano gli uccelli. E son tornate le rane, e le lucciole, chi le vedeva più, sono ricco di lucciole, io”. E quanto ha speso, per l’Eden? “Qualche milione, e tante tasse di registro. Però, questa impresa mi ha permesso di capitalizzare l’azienda, rendendola più forte. Pago a 120 giorni, anche a 160, i fornitori si fidano. Ma tutta questa terra non mi rende, il profitto è zero, solo spese… Non ho neanche lo yacht, perché questo è il mio yacht”, e indica le albere, i prati di trifoglio, “ne basterebbe uno per paese, come me, e qui il paesaggio cambia faccia. Ma sono solo. Mi dicono matto, ma io me ne frego. Al bar non ci vado, in piazza nemmeno, quindi…”. Intanto manovra una boa, cioè una serranda, per far scorrere l’acqua e mostrare il guado, “qui ci passavano i buoi, vedi?”, poi si marcia verso un boschetto di frutta, “mia mamma si faceva sempre fare la foto così, con una rama verde in mano”, poi raccoglie delle meline rosse, “e vuoi un caco? Mangia il caco!”, difficile resistere, a stargli dietro vien persino voglia di prendere la pala, scavare una buca e mettere giù una cassia, o un giuggiolo, o un pomo cogno.Sul Venerdì del 13 novembre 2020


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