L’urlo degli imprenditori del Nord: “Decontribuiamo i bonus per mettere più soldi nelle tasche dei lavoratori”

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Federico Vione, ex numero uno in Italia di Adecco e ceo e fondatore di W Group, il primo gruppo italiano multi-brand e multi-service di risorse umane, con 536 milioni di fatturato, sostiene che il dibattito in corso sul salario minimo sia importante per ristabilire la dignità del lavoro in alcune zone industriali del paese. Ma il governo dovrebbe altresì raccogliere l’urlo che arriva dalla media imprenditoria del Nord Italia che chiede regole diverse per consentire di mettere più soldi nelle tasche dei lavoratori.

Salario minimo, il confronto con i contratti e le retribuzioni. Ecco quali categorie ne avrebbero un beneficio

Dottor Vione, è d’accordo a introdurre un salario minimo per legge di 9 euro lordi all’ora?

“Il dibattito sul salario minimo è importante per la dignità del lavoro. Alcuni contratti nazionali sono sotto i 9 euro, ma al nel Nord Italia sono solo il 10% del totale, tutto sommato poche. Al centro Sud saranno sicuramente di più. La contrattazione di settore dovrebbe garantire di andare verso un salario minimo non inferiore a 9 euro”.

Al Nord come è la richiesta di lavoro in questo periodo?

“Lavoriamo con tante aziende medie italiane e posso dire che registro una grande pressione da parte di lavoratori che cercando di incrementare il loro reddito per far fronte alla crescita dell’inflazione. L’Italia per molto tempo è stata ferma sull’incremento delle retribuzioni ma oggi le cose stanno cambiando. La domanda di lavoro supera l’offerta e questo fatto assegna maggior potere contrattuale nelle mani dei lavoratori”.

E gli imprenditori come stanno accogliendo questa maggiore domanda di retribuzione?

“In passato l’avrebbero ignorata, oggi invece di fronte alla poca offerta di lavoratori si è portati a considerare seriamente le richieste di aumenti salariali, cercando formule innovative e pacchetti flessibili”.

Cosa sta determinando la minore offerta di mano d’opera?

“La ripresa economica dopo la pandemia in tutti i settori contemporaneamente, le dimissioni di massa il cui apice è stato toccato nel 2022 ma che continua nel 2023, frutto di una maggiore consapevolezza di avere nuove opportunità anche se si lascia il proprio lavoro. E questa minore offerta di lavoro credo che persisterà, per esempio i ragazzi del Sud non vengono più al Nord per cercare lavoro perché lo stanno trovando al Sud”.

Dunque che cosa possono fare gli imprenditori che necessitano di lavoratori sempre più difficili da trovare?

“Gli aumenti a livello di contratti nazionali hanno un difetto, costano tanto alle imprese e nelle tasche dei lavoratori rimane poco. Basta guardare al recente aumento di oltre il 6% del contratto dei metalmeccanici, i 110 euro lordi in più sono diventati 150 come costo per le imprese ma sono diventati 80 euro netti mensili in busta paga. Bisogna cercare vie nuove”.

Ha qualche proposta al riguardo?

“Bisogna andare nella direzione della decontribuzione degli aumenti salariali o dei bonus in modo che a tendere si va a ridurre il cuneo fiscale. Per esempio su 1500 euro di stipendio si continuano a pagare gli stessi contributi e le stesse tasse ma gli aumenti dovrebbero essere senza contributi e senza tasse. Così l’aumento finisce veramente in mano ai lavoratori”. 

E’ un’idea sua o degli imprenditori?

“Ne ascoltiamo tanti tutti i giorni e posso assicurarle che questo è un urlo che viene dalla media imprenditoria del Nord, hanno bisogno di mano d’opera e vogliono pagarla di più ma bisogna fare qualcosa per ridurre il cuneo fiscale a gettito immutato per lo Stato. L’ultimo decreto lavoro va nella giusta direzione”.  

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