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Mafia, Violante: “La scarcerazione di Brusca? Moralmente disprezzabile, Ma ha aiutato la lotta alla criminalità organizzata”

La Republica News
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“Brusca è moralmente disprezzabile, ma ha aiutato la lotta contro la mafia”. L’ex presidente della commissione Antimafia Luciano Violante, che nell’autunno del 1992, a palazzo San Macuto, tenne le audizioni di famosi pentiti come Tommaso Buscetta, Antonino Calderone e Francesco Marino Mannoia, commenta con Repubblica la scarcerazione di Giovanni Brusca.

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Il pendolo tra il carcere “sempre e comunque” e lo stop alla prigione a certe condizioni ossessiona la giustizia italiana. È accaduto per l’ergastolo ostativo. Prima ancora per i permessi per chi non collabora. Ora per Brusca. Problema reale o posizioni preconcette?

“È un problema reale. Da un lato ci sono il dolore delle vittime, la necessità della pena e l’illusione repressiva, l’illusione che la pena di per sé possa ricostruire l’ordine violato dal delitto. Dall’altro lato c’è, oltre alla necessità della pena, la necessità della speranza, che dal punto di vista laico consiste nell’offerta che lo Stato fa al reo della possibilità di un riscatto morale, la rieducazione di cui parla la Costituzione. È difficile fare un bilanciamento, ma è necessario. La Repubblica guarda sempre al futuro”.

Brusca, un pentito che non è certo Buscetta. Delitti gravissimi. La strage di Capaci. Il piccolo Di Matteo. Un pentimento che a tratti odora di opportunismo. Dopo 25 anni di carcere la sua libertà è accettabile? La legge lo consente, il dolore delle vittime no. Lei da che parte sta?

“Brusca è moralmente disprezzabile. Ma ha oggettivamente aiutato la lotta contro la mafia. Alla base di molte collaborazioni, prima di terroristi poi di mafiosi, c’è stata una dose più o meno grande di opportunismo, di calcolo. Ma alla radice di quelle leggi che ci hanno consentito di smantellare prima le Br e poi gran parte di Cosa Nostra c’è un calcolo anche da parte dello Stato. Se attraverso le collaborazioni possono essere salvate vite umane, fermati assassini, sequestrate ricchezze, spezzati rapporti della mafia con il mondo legale, lo Stato ha il dovere di raggiungere questi obbiettivi assicurando sconti di pena a chi collabora? Oppure ha solo il dovere assoluto di punire? In filosofia del diritto si chiamano scelte tragiche. Io ho sostenuto le leggi sulle collaborazioni, tanto quelle sul terrorismo quanto quelle sulla mafia, e credo che sia stata la scelta giusta, fermo il rispetto e la comprensione per il dolore delle vittime e per chi ha un’opinione diversa. Quanti altri omicidi, quante altre stragi in più avremmo avuto senza le collaborazioni? Quante persone che oggi sono vive non lo sarebbero se alcuni mafiosi non avessero collaborato?”.

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A trent’anni da Capaci siamo anche molto lontani dal dibattito che ci fu sui pentiti e sulla legge che, in cambio di rivelazioni importanti, concede benefici significativi a mafiosi autori di gravi delitti. Adesso è tempo di cambiare questa legge come chiede Salvini o sarebbe un errore?

“Ora stiamo smantellando importanti strutture della ‘ndrangheta, anche grazie alle collaborazioni. Non mi sembra il caso di prendere decisioni che potrebbero avvantaggiare il crimine. Anche se il dibattito è inevitabilmente destinato a riproporsi ogni volta che si verifica un episodio come questo. Trovo legittimo ridiscuterne e capisco l’esigenza dei responsabili politici di sintonizzarsi con i sentimenti dei cittadini. Ma queste valutazioni richiedono l’esame razionale di tutti i fattori”.

Maria Falcone ricorda che fu proprio il fratello Giovanni a volere quella legge e sono in molti a ricordarne l’importanza.

“Avevamo alle spalle la stagione del terrorismo, che come ho detto, chiudemmo anche grazie alle collaborazioni. Era inevitabile porsi lo stesso problema per la mafia. Chi conosceva più a fondo il fenomeno mafioso, come Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Piero Vigna, Giancarlo Caselli, e molti altri, capiva che si trattava di una leva utile per far saltare l’omertà interna all’associazione mafiosa. E così è stato. I mafiosi hanno ucciso, hanno tentato e tentano di uccidere molti collaboratori e alcuni loro familiari proprio perché quelle collaborazioni sono pericolose per la loro libertà e le loro ricchezze”.

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Ma l’Italia, di destra e di sinistra, non ha mai accettato veramente la figura del pentito, e le ambiguità di un Brusca non fanno che accentuare questi dubbi, questo rifiuto, perché dobbiamo ammettere che di questo si tratta.

“Si è trattato e si tratta di delinquenti, non di benemeriti. Ma se ho interesse a sapere tutto della strage di Capaci, e chi vi ha partecipato, come Brusca appunto, intende dirmelo, può essere accettabile ridurre in misura ragionevole la pena che gli spetterebbe, in cambio delle rivelazioni. Lo Stato non deve dare patenti di moralità; deve stroncare le organizzazioni del crimine e salvare vite umane in pericolo”.

Lei ritiene che senza pentiti non avremmo mai avuto i successi contro la mafia che ci sono stati?

“Ogni dichiarazione di un presunto collaboratore richiede un sovrappiù di capacità di indagine. Falcone chiese le misure di favore per i collaboratori, ma smascherò anche falsi collaboratori. I successi quindi sono soprattutto frutto della capacità di indagine. Il collaboratore in più occasioni dice quello che pensa possa essere gradito all’inquirente. Perciò occorrono inquirenti particolarmente attenti per valutare tutte le dichiarazioni. Pensiamo a quanto é accaduto nelle indagini per la strage di via Mariano d’Amelio”.  

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Ha letto però le parole di Rosaria Costa, la vedova di Vito Schifani ucciso a Capaci, che ipotizza addirittura una possibile “trattativa” dietro questa liberazione?

“Va rispettata l’indignazione della signora Costa, ma non ho elementi per avvalorare questo sospetto”.

Il caso Brusca arriva dopo la richiesta italiana di arresto dei terroristi in Francia. Anche in quel caso i parenti delle vittime hanno avuto giustamente un ruolo importante. Per dirla brutalmente, il sangue chiama galera per essere superato, anche se non per tutti ovviamente, basta leggere il dialogo tra Gemma Calabresi e suo figlio Mario. Esiste un punto di equilibrio possibile?

“Sono casi diversi. Lì c’erano ordini di arresto mai eseguiti. Qui ci sono venticinque anni di carcere scontati, dal 1996 ad oggi”.

La madre del piccolo Di Matteo dice che “rispetta le leggi ma non perdona anche perché Brusca non ha mai chiesto pubblicamente perdono per quello che ha fatto”.

“È una dichiarazione civile, come quelle della sorella di Giovanni Falcone e del fratello di Paolo Borsellino”.

Secondo lei, in questi casi, la nostra Costituzione da che parte sta?

“La Costituzione ci richiede ogni giorno un accurato equilibrio tra le opposte ragioni e non solo in questi casi. Pensi alle parole della Corte Costituzionale sul fine vita”.



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