Maggioranza e opposizione, due schieramenti tra Zaki e riforme

Pubblicità
Pubblicità

Le cronache rendono esplicito ogni giorno quanto sia complesso definire le identità politiche dei due schieramenti. Elly Schlein, la cui idea migliore resta il salario minimo, dice in un’intervista: «Non mi preoccupo di Conte e del M5S, sono concentrata nel restituire un’identità al Pd». Ma su un tema etico delicato come la “maternità surrogata” il partito è diviso al punto che la scelta è di non votare in Parlamento su di un emendamento di +Europa, formazione alleata.

La premier Meloni aveva chiesto a Carlo Nordio, giurista liberale, di immaginare un riassetto garantista del sistema giudiziario, ma poi di fatto lo sconfessa sul punto cruciale della lotta alla mafia, che il ministro non aveva certo intenzione di indebolire, benché sia proprio questo che l’opinione pubblica ha recepito quando ha sentito parlare di revisione del “concorso esterno in associazione mafiosa”.

Per andare a Palermo nel ricordo di Borsellino senza rischi di contestazioni, la presidente del Consiglio ha ritrovato i toni duri dell’anti-mafia, fino a voler inasprire con un decreto legge una sentenza della Cassazione. Con il risultato di apparire in modo paradossale vicina a chi l’attacca ogni giorno con le ragioni del “partito dei magistrati”.

Un altro esempio. Il presidente egiziano ha graziato il giovane Zaki con sollievo generale. A destra si fa intendere che ciò è dovuto all’opera discreta, dietro le quinte, svolta dal nostro governo. A sinistra, ancora per bocca di Schlein, si preferisce parlare di successo della «mobilitazione» e non si riconosce alcun ruolo a Palazzo Chigi, di cui fino a poche ore prima si denunciava l’inerzia o la sudditanza nei confronti del Cairo.

In realtà è difficile negare che ci sia la mano dell’Italia in questa buona notizia inattesa. Tanto che la vera domanda posta dall’opposizione dovrebbe essere: qual è la moneta di scambio? Ossia cosa ha chiesto al Sisi nei contatti riservati e cosa ha concesso (o promesso di concedere) l’Italia?

Questo farebbe scivolare il discorso sulla politica mediterranea che Giorgia Meloni sta attuando, vedi la Tunisia e adesso l’Egitto. È una politica anche spregiudicata, dal momento che si fonda sul negoziato con autocrati e dittatori.

Tuttavia l’opposizione fatica a definire un’alternativa che non sia solo il richiamo sacrosanto ma retorico ai diritti umani violati; o non si limiti a dire che la strategia della destra sui migranti “non funziona”.

In verità, se l’Italia contribuisce a stabilizzare l’area mediterranea, avrà compiuto un’opera fondamentale in sé e inoltre gradita all’amministrazione di Washington, specie in prospettiva, non meno dell’appoggio a Kiev.

In altre parole, nel definire l’identità della destra di governo la coalizione guidata da Meloni sembra più avanti della sinistra nel suo campo. Naturalmente offre risposte di destra, come è logico. Arriva anche a riconsiderare certi presupposti liberali su cui era stato chiamato al governo un Carlo Nordio.

S’intende che bisogna dar tempo al tempo, ma le ultime vicende lasciano intuire che la futura riforma della giustizia sarà alquanto edulcorata rispetto a quella di cui si era molto discusso in base ai convincimenti dell’ex magistrato prima di assumere la carica.

A sinistra, invece, la spinta di Elly Schlein a costruire l’identità del Pd deve fare i conti con varie contraddizioni, come si è detto. Se la segretaria vuole costruire il partito dei diritti, è grave che non riesca a mettere a punto una posizione coerente, sia pure con dei distinguo, sul tema della maternità delegata. Gli ex radicali di Magi lo hanno capito e hanno affondato con astuzia il colpo.

Ed è singolare che non si cerchi di tessere — anche attraverso contatti internazionali — una politica per il Mediterraneo che sia diversa da quella meloniana, ma si ponga l’obiettivo di controllare senza soprusi il flusso di migranti.

Pubblicità

Pubblicità

Go to Source

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *