Magistratura, l’unica riforma possibile? La separazione delle carriere

Libero Quotidiano News

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Iuri Maria Pardo 09 agosto 2020

È ben comprensibile che i lettori sbuffino quando si discute di separazione delle carriere dei magistrati: perché se ne parla, se ne parla, se ne parla da anni, da decenni, senza che mai si spieghi bene in che cosa consista la faccenda. Di solito funziona così: da una parte c’è qualcuno cui per accidente è concesso di dire che bisogna separarle, e dall’altra una star della magistratura militante che gli rinfaccia di essere un amico dei corrotti che vuole impedire agli angeli togati di far sognare il popolo perbene sbattendo la gente in galera e facendo pulizia nelle amministrazioni pubbliche, nelle aziende, nelle liste elettorali, tutta roba da rivoltare come un calzino, secondo la terminologia degli anni Novanta, o da smontare come un Lego, secondo quella di marca calabrese oggi di moda. Non è difficile capire come un dibattito di questo livello produca noia quando non repulsione.
Eppure la cosa tocca la carne di interessi veri, e cioè l’interesse dei cittadini a una giustizia meglio funzionante e l’interesse della magistratura corporata a lasciare le cose come stanno sul presupposto bugiardo che cambiarle significhi attentare alle solite menate, vale a dire l’indipendenza e l’autonomia della magistratura. Separare le carriere dei magistrati significa semplicemente impedire che i processi siano maneggiati nel sodalizio dei compagni di merende, o per meglio dire di retate: con uno che è messo lì a decidere se dar ragione al presunto colpevole, cioè un mascalzone per forza, o invece al collega togato con cui appunto condivide una carriera di avanzamenti automatici ben protetta da quel consorzio di specchiatezza che è il Consiglio superiore della magistratura.

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Tutte le chiacchiere di contorno sull’efficienza giustiziera e sulle capacità dei pubblici ministeri di mettere in riga i potenti, cose che sarebbero pregiudicate con la separazione delle carriere, costituiscono solo il manto demagogico sotto cui lavora l’eterna pretesa reazionaria di certa magistratura, quella che spaccia la coincidenza della propria intoccabilità con non si sa ben quale diritto dei cittadini. E soprattutto quelle chiacchiere non rendono ragione di una verità più semplice: che l’Italia, col suo sistema a carriera unica, sta nella cerchia dei paesi democraticamente arretrati, mentre in quelli più civili non risulta che sia impedito ai magistrati di fare le pulci ai potenti. Gli è impedito semmai – ed è cosa ben diversa – di gestire il processo come se si trattasse di cosa loro, con l’imparzialità e la terzietà del giudice ridotte, se proprio va bene, a una realtà ipotetica: e più spesso a una insultante finzione. 

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