Mandy Barker Io artista della plastica in difesa del pianeta

Mandy Barker: “Io, artista della plastica in difesa del pianeta”

La Republica News
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VENEZIA. Catturano gli occhi per colpire al cuore. Sono le fotografie di Mandy Barker che da lontano assomigliano a scorci paradisiaci, ma da vicino raccontano una scioccante realtà: l’impatto della plastica sul mondo marino e sulle barriere coralline. I suoi rosoni, di primo acchito, sembrano infatti eleganti vetrate gotiche ed evocano un’atmosfera spirituale. Tuttavia, a guardare meglio, i tasselli altro non sono che pezzi di plastica. E che plastica. “La composizione Soup:500+ è un omaggio a un piccolo albatro, trovato morto nelle correnti dell’Oceano Pacifico con 500 pezzi di plastica nell’apparato digerente” spiega Barker, artista inglese di 56 anni, a proposito delle due opere di forma circolare. “Lost At Sea invece mostra rifiuti di plastica recuperati nei sei diversi continenti e nei sei diversi Oceani del Pianeta. Li ho disposti in questo modo perché evochino un cosmo o un universo. Insomma questo triste mondo nascosto sotto il mare”.Il progetto, coordinato da Michol Ghezzo del Cnr di Venezia, è esposto fino al 28 febbraio nella mostra NET nello spazio di D3082 in Calle de le Sechere, diretto da Marco Luitprandi. Le vetrine dello studentato femminile Domus Civica si trasformano in una galleria urbana che non chiude mai e dialoga con i passanti.

Quando ha iniziato come artista a interessarsi di ricerche scientifiche?
“Da più di dieci anni il mio lavoro trova ispirazione nella ricerca scientifica, dai documenti ai report o dialogando con gli stessi scienziati. Lo scopo del mio lavoro è rappresentare visivamente gli attuali problemi di inquinamento dovuti alla presenza della plastica nelle acque, rimanendo fedele agli studi degli esperti. Cerco di aumentare la consapevolezza di quelle persone che magari non arriverebbero mai a leggere un articolo di esperti del settore o di chi non può visitare le aree colpite, come il centro del Pacifico settentrionale. In questo modo il mio lavoro può offrire alla scienza una voce visiva e creare un dialogo con la coscienza sociale dello spettatore. Nel mio sito racconto le mie spedizioni con gli scienziati e le mie opere”

Che cosa l’ha spinta a occuparsi a questi temi?
“Sono cresciuta a Hull, sulla costa orientale dell’Inghilterra. Da bambina ho imparato ad amare la natura e vivere all’aria aperta. Passavo molto tempo a camminare sulla spiaggia e a raccogliere pietre e legni e quello che il Mare del Nord portava sulla riva. Nel tempo però ho iniziato a notare che le acque portavano sempre più rifiuti prodotti dall’uomo, soprattutto plastica e soprattutto sulle coste di una riserva naturale locale popolata di cervi, foche e uccelli rari. Il clic è avvenuto quando ho visto addirittura un’auto in parte sommersa e un frigorifero. In quel momento ho capito che dovevo comunicare alle persone cosa stava succedendo nei nostri oceani”.

Quali sono state le sue missioni più importanti?
“Nel 2012 sono stata insignita di un riconoscimento per l’ambiente dalla Royal Photographic Society che mi ha permesso di unirmi agli scienziati in una spedizione di ricerca in mare. Abbiamo navigato dal Giappone alle Hawaii per esaminare quanti detriti di plastica ci fossero tra quelli causati dallo tsunami nell’Oceano Pacifico. Nel giugno 2017 sono stato invitata a partecipare alla missione di Greenpeace Beluga II lungo le remote e uniche Ebridi Interne, in Scozia, per recuperare i detriti di plastica. Nel 2019 ho partecipato alla spedizione mirata a verificare l’inquinamento da plastica nell’isola di Henderson, in uno dei luoghi più disabitati del pianeta, a più di 5000 chilometri di distanza dalle coste. È una delle spiagge più inquinate dalla plastica al mondo. Ho creato una nuova serie di lavori da questa esperienza e due di queste immagini sono esposte a Venezia”.

Le sue opere evocano un’atmosfera magica dietro una triste realtà. È un modo per catturare l’attenzione dello spettatore?
“Lo scopo del lavoro è quello di creare un’immagine visiva che attiri lo spettatore per poi scioccarlo nella didascalia dove spiego che cosa rappresenta l’immagine. La contraddizione tra bellezza e informazione è ovviamente studiata per far sì che le persone si chiedano, per esempio, come mai il loro computer, le loro scarpe o le confezioni del cibo che mangiano siano finiti nello stomaco di un piccolo albatro. In questa specifica esposizione, posta proprio in un luogo di passaggio e sempre visibile, le persone leggendo sapranno anche dell’esistenza del progetto marGnet che si occupa di contrastare l’inquinamento dei fondali. Tra le soluzioni individuate c’è prototipo realizzato per trasformare i rifiuti marini in carburante. Ecco, questa mostra rappresenta una collaborazione molto potente tra arte e scienza”.

Pensa che l’arte possa essere lo strumento giusto per avvicinare le persone alla scienza?
“Credo che l’arte possa essere una potente forma di comunicazione nel fornire alla scienza un linguaggio visivo perché a volte statistiche o articoli complicati non sono di immediata comprensione per il pubblico. L’arte invece può trascendere le barriere linguistiche. Il mio obiettivo sarà raggiunto se il mio lavoro potrà aiutare le persone a cambiare le loro abitudini o avvicinarle ad affrontare il crescente problema ambientale”.

Ci può raccontare cosa nascondonoalcune opere esposte a Venezia?
“Oltre a Soup#500+ e Lost at Sea ci sono delle composizioni, Shoal, di detriti trovati nelle spiagge di Hull che formano un punto interrogativo. Le immagini Shel-Life mostrano la quantità di reti, fibre e plastica dell’isola di Henderson: in questo caso la composizione rievoca un atollo corallino sempre più a rischio per la crescente plastica che si riversa sulla costa. 30-40 Years INDEFINITE? È l’immagine di giganteschi accumuli sottomarini di nylon, reti e detriti di plastica che possono pesare fino a una tonnellata. Spostati dalle correnti spazzano via le barriere coralline come dei bulldozer”.

In queste missioni ha potuto conoscere tantissime persone. Chi l’ha cambiata?
“Ho incontrato tantissime persone che stanno facendo la differenza, non potrei menzionarle tutte. La mia ispirazione principale proviene da quelle che lavorano instancabilmente per produrre un cambiamento, come stanno facendo le giovani generazioni. Sono proprio quelle persone che mi hanno fatto capire che non dovevo fare parte di un’associazione o di un gruppo o aspettare che succedesse qualcosa. Mi sono resa conta che i problemi causati dall’inquinamento da plastica, avendomi scioccata e rattristata, erano diventati imprescindibili e non potevo allontanarmene. Penso che continuerò per il resto della mia vita a impegnarmi su questo, ma con l’obiettivo di portare cambiamento e azione”.



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