Maneskin, il rock dei buoni sentimenti formato famiglia conquista i 60mila dello stadio Olimpico

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Il cortocircuito si vede dappertutto. Si vede nelle lunghe processioni del pomeriggio che sanno di gita fuori casa, di primo concerto; e si vede nel modo in cui gli oltre sessantamila spettatori ingannano l’attesa (il coro con il nome della band, la sempreverde ola), nei boati pieni di buoni sentimenti che accolgono il momento in cui Damiano s’interrompe un attimo, mentre sta parlando, per accertarsi che nessuno tra il pubblico si stia sentendo male, vista l’afa.

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Si vede nelle foto di gruppo, nelle maglie, nelle fascette. Se il rock è da sempre sinonimo di scarica ormonale, ribellione giovanile e cesura generazionale, o al massimo oggi di un genere istituzionalizzato e per nostalgici, quello dei Måneskin è un’eccezione. È un rock formato famiglia, che ieri sera allo Stadio Olimpico – per loro era la prima volta in assoluto, si replica stasera – ha riempito le tribune principalmente di genitori con figli adolescenti, di bambini, tantissimi bambini, ma anche di madri, e se non si crede al fenomeno basta chiedere al fan club delle Måmmeskin, signore di mezza età, dicono, folgorate per contagio dalla loro prole, e poi non più un passo indietro. Ce ne sono tante, ma qui nessuno sta accompagnando nessuno: si va tutti d’accordo.

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E c’è un cortocircuito, dicevamo, perché anche tenendo fede alla vulgata per cui i Måneskin fanno rock per chi il rock non l’ha mai ascoltato, quello di ieri resta un concerto rock a tutti gli effetti, addirittura più di quanto le versioni in studio dei brani potrebbero far pensare. Per cui viene da chiedersi cosa ci trovi gente che di solito ha altri ascolti – lo dicono, perlomeno, i numeri: un altro gruppo simile, che raccolga quel successo, semplicemente non c’è – in uno show costruito soprattutto sugli assolo di Thomas e su Ethan che picchia la batteria come un fabbro e che a tratti ha atmosfere hard rock, così come viene da chiedersi quanto e in che modo, sotto una certa soglia d’età, venga recepita quella parte legata al sesso e alle pulsioni che del genere è una caratteristica fondamentale e che qui è delegata, bene tra l’altro, alle movenze da domatore di leoni di Damiano stesso e di Victoria, ai torsi nudi degli altri dopo appena metà live, a pezzi che, si sa, invocano l’essere schiavi e padroni di qualcun altro, a letto s’intende. E certo che gli applausi più forti sono per le ballatone, per Torna a casa (in versione acustica praticamente in mezzo al parterre, insieme a Vent’anni) e per The loneliest, su quelle si può cantare meglio e ammiccano di più al pop; ma sul resto genitori e figli si divertono, eccome. Mentre gli altri, i millennial come i più anziani, sono in minoranza.

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E poi c’è lo stato di grazia dei quattro, in diffusione planetaria e che macina record su record, e che così sembra ancora più amplificato, anche perché rispetto allo scorso anno al Circo Massimo, dove forse si era assistito a un gigantesco videoclip e la loro musica si era un po’ persa, ieri sono riusciti a trasformare l’Olimpico in un catino («suonare qui era diventata un’ossessione», ammettono), forti di due palchi, di cui uno più piccolo in mezzo al parterre, che non lasciano spazio a orpelli ma li rendono ancora più protagonisti. Due ore di show fittissime, quindi, con quei pezzi che sono già dei classici come Zitti e buoni, Gossip, Chosen, Supermodel e le stesse I wanna be your slave e Baby sad.

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Ma soprattutto, i Måneskin sono riusciti finalmente a sporcare un po’ la loro immagine, a metterci del “sangue” e dell’arroganza gestita con sagacia, dal «su ‘ste cazzo di mani» a quando Damiano rigira le critiche su Beggin’, da molti sminuita perché è una cover, «però intanto l’abbiamo fatta noi». Ci vuole, fa parte del gioco, è rock anche questo, così com’è rock anche quello che c’è in scena, per quanto derivativo (e qui risponderebbero come per Beggin’, ma tant’è).

Resta il mistero di come possa avere un formato famiglia, se questo abbia a che fare con il feticcio di un genere che non muore mai, se sia una particolare coincidenza del momento o una strana specialità del gruppo. In ogni caso, oggi come oggi basta a far sembra un traguardo piccolo, normale, anche riempire l’Olimpico.

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