Mani Pulite e il mito del pool la fine di unepopea con luscita di scena di Davigo

Mani Pulite e il mito del pool: la fine di un’epopea con l’uscita di scena di Davigo

La Republica News
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Per esercitare il suo potere, di solito il Mito deve mostrarsi lasciando possibilmente delle tracce. Così, per quanto riguarda i primi anni ’90 gli archivi sono pieni di immagini del Pool di Mani Pulite. Foto di gruppo, posate e in movimento, sulle scale e lungo i corridoi del Palazzo di giustizia di Milano; anche se l’immagine più famosa, scattata nel luglio del 1993, ritrae il Procuratore Borrelli, Tonino Di Pietro e Gherardo Colombo che camminano all’interno della Galleria, luogo simbolo di Milano.Ripresi dall’alto e allineati in inquadratura frontale, i magistrati erano di ritorno dal funerale delle vittime dell’attentato – tuttora oscuro – di via Palestro; ma ciò che rese simbolica quella foto è la folla che dietro e intorno sembra spingerli e insieme li protegge e li sostiene. Una folla, a ripensarci dopo tanti anni, che di miti in quel momento aveva un dannatissimo bisogno.
Nella storica immagine non compare Pierluigi Davigo, di tutti i Pm il più serio e di aspetto anonimo nell’iconografia di Mani Pulite. Sarà lui poco più di un anno dopo, nel settembre del 1994, a pronunciare una frase che dà l’idea dell’arduo compito che quel gruppo di uomini si era assunto: “Sì, vogliamo rivoltare questo Paese come un calzino”.Si spacca il Consiglio superiore della magistratura sull’ex pm di Mani pulite
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di Liana Milella 19 Ottobre 2020

Sempre con il senno di poi, il fatto che in quel momento ci fosse un governo Berlusconi diceva già che la stagione dell’entusiasmo stava volgendo al termine. È vero che l’avviso di garanzia al Cavaliere, recapitato tre mesi dopo, scombinò gli equilibri e cambiò le cose. Ma se si allunga il tavolo della storia, è vero fino a un certo punto.Non esistono comunque mitologie che durino per sempre. La leggenda del Pool si espresse principalmente a furor di popolo, ma anche come risorsa narrativa e simbolica, quindi con il contributo determinante del sistema mediatico, che fino a un certo punto comprendeva – eccome! – le tv berlusconiane. Al mondo dell’informazione piaceva senz’altro il fatto che si trattasse di un’entità non solo collettiva, ma anche variegata; la sottigliezza di Borrelli, il suo amore per la musica classica; il linguaggio rustico e l’energia di Di Pietro; l’affidabilità democratica di D’Ambrosio; la capigliatura arruffata e le precedenti inchieste di Colombo contro la corruzione; ma anche la chiarezza cristallina con cui Davigo mostrava di essere un uomo d’ordine, o di destra, per dirla con i criteri di allora.È difficile rileggere il passato prossimo, ma ancora di più a partire dal presente, cioè dai risultati delle inchieste. Ma al netto delle promesse e della retorica dell’eroismo è indubbio che in quel momento cruciale il Pool condizionò più di ogni altra forza il processo politico, i codici ideologici e le aspettative di un sistema – la Repubblica dei partiti – in balia della più inesorabile e prolungata rovina.Nel senso che dopo Mani Pulite il Paese non fu rivoltato come un calzino, ma tutto fu comunque diverso, sebbene – tocca aggiungere con il dovuto smarrimento – uguale e perfino peggiore di prima. E questo anche perché, come ogni mito che gorgoglia nell’immaginario di un Paese di calde passioni, la Grande Inchiesta contro i Cattivi non fu vissuta solo come una giusta vendetta (si pensi a Falcone e Borsellino) o una salutare inquisizione, ma anche come un iroso esorcismo e una purificazione fin troppo utile a evitare qualsiasi esame di coscienza.Ma queste forse sono vane elucubrazioni. Sta di fatto che una volta tanto in Italia la giustizia, dea con la bilancia e la spada, non apparve in veste di operetta o di commedia, ma di dramma e in qualche caso addirittura di tragedia. Ciò che arrivò a far intravedere nel nucleo della Procura di Milano, con i dovuti agganci al Quirinale, una soluzione istituzionale di riserva.Poi sì, certo, tutto si complicò e tra allontanamenti e tradimenti, ispezioni e prescrizioni, appelli e orpelli di vanità e rivalità la tensione venne a calare. Con il tempo i protagonisti e molti altri che si erano aggiunti alle indagini se ne andarono, chi in pensione, chi in Parlamento, chi al governo, chi al camposanto.Davigo invece rimase, pure aggiungendo al personaggio un’insperata popolarità televisiva che agli occhi dei suoi tanti nemici sullo schermo lo faceva sembrare “incazzato anche quando dorme” (Filippo Facci); così come Berlusconi continuò ad averne paura vedendolo, d’accordo con Grillo, presidente di un governo giustizialista, se non alla guida di una “Repubblica giudiziaria”.Sennonché, specie quando perdono i pezzi, i miti collettivi sfumano e la storia piattamente si riprende il suo, al massimo degnandosi di lasciare i ricordi agli spettacoli. Con tale pensosa ed enfatica considerazione si ricorda che il leggendario Pool comparve in lungo e in largo già cinque anni orsono nella premiata fiction Sky 1992. Davigo era interpretato dall’attore (e scrittore) Natalino Balasso.


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