Mariupol, i prigionieri dell’ospedale: “Aiutateci, evitate il massacro”

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VOLDARSKE (MARIUPOL) – “Da tre giorni siamo prigionieri nelle cantine e nei laboratori sotterranei. Non sappiamo cosa sta succedendo nei reparti. Si sente sparare: ogni bomba qui sotto scatena un terremoto. I soldati russi ci hanno ordinato di non muoverci. Molti di noi si nascondono per piangere: pensano che la nostra fine sia vicina”. La voce di Kyrylo Chernyavsky, al telefono con la figlia Iryna, per pochi istanti evade dal bunker dell’orrore. Qui quasi 500 medici, pazienti e abitanti di Mariupol sono ostaggi degli occupanti, chiusi sotto l’ospedale di terapia intensiva dell’Oblast di Donetsk. Al momento dell’assalto di lunedì Kyrylo, 72 anni, era al terzo piano accanto alla moglie ricoverata. Con lui anche la nipotina di sei anni affidatagli da Iryna, rimasta bloccata a Zelenivka, fuori dalla città sotto assedio da due settimane. “Molti bambini – dice il nonno – sono con noi in trappola. Non parlano più, non fanno domande: ad ogni scoppio i loro occhi si bagnano di lacrime”.
I sopravvissuti di Mariupol, al limite di una strage per sete, fame, freddo e malattie, non credevano che il crepaccio delle loro tenebre potesse inabissarsi ancora di più. Nelle strade sconvolte, per la prima volta bombardate anche dalla baia nel Mare d’Azov a Bilosaraiska Kosa, i corpi non si raccolgono da giorni. I vivi, gettati gli oltre 3mila morti nelle fosse comuni, si erano illusi che almeno il più importante ospedale della regione sarebbe stato risparmiato. “Poi abbiamo saputo della bomba – dice il dottor Sergej Avramov, capo della terapia intensiva sequestrata – nel cortile della clinica della maternità. Pensavamo che la fame di terrore di Mosca si fosse saziata”.
Brevi chiamate ai parenti, nella città priva di energia elettrica, quasi isolata dalle comunicazioni e rasa al suolo da bombardamenti incessanti, permettono di alzare il velo sul dramma in atto dentro il suo ospedale occupato. “I russi hanno molti feriti – dice il chirurgo Dmitrij Antonov – e ci obbligano a operarli. Al primo piano hanno sparato a tre infermieri della telemedicina che provavano a scappare. Adesso sono appostati alle finestre: attaccano la nostra resistenza che cerca di riconquistare l’edificio”. Rari, anche nella storia dei conflitti più barbari, i precedenti di ospedali ridotti a campi di battaglia. Tra i reparti di viale Troitskaya 46, si va oltre la frontiera dei crimini di guerra. “Alcune colleghe – la denuncia di Natalia Bestalova, infermiera dell’anestesia – sono nelle mani delle milizie russe. Le usano come scudi umani davanti ai cecchini appostati sui tetti dei palazzi vicini. Non sappiamo se ci siano vittime: imploriamo il mondo di fare qualcosa per impedire un massacro“. Gli ostaggi raccontano che i medici si sono rifiutati di trasferire nelle cantine i malati più gravi. “Cerchiamo di calmarli – dice Valerij Baldzion, capo della chirurgia 2 – ma le sparatorie non li aiutano a lottare. Temiamo che negli scontri saltino generatori e alimentazione d’emergenza”. I russi hanno fatto irruzione nell’ospedale avanzando dall’aeroporto e dai primi quartieri occupati, Primorskiy e Zhoutneviy. A suggerire l’assalto, non solo il bisogno di curare i feriti. “Da qui si domina il quartier generale di esercito e polizia nazionali – dice Denis Sitenko, prigioniero con il fratello – Siamo in trappola nella base che ora i russi sfruttano per bombardare le nostre case e le nostre famiglie”.
Le bombe ieri hanno colpito anche il Teatro regionale d’arte drammatica, sotto cui erano rifugiati tra mille e 1.200 persone. Chi non era sottoterra sarebbe rimasto schiacciato sotto la parte centrale dell’edificio crollato. Sotto le macerie anche donne e bambini. “Gli invasori – dice il vicesindaco Sergheiy Orlov – hanno cinicamente e intenzionalmente distrutto il teatro più grande della città. Sapevano che nel rifugio antiaereo, il cui ingresso ha parzialmente ceduto, si nascondevano centinaia di civili. È un orrendo crimine di guerra. Non possiamo quantificarne la portata: i bombardamenti sui quartieri residenziali continuano, le fiamme impediscono i soccorsi”. Mosca nega: “La struttura è stata minata e fatta saltare – la nota della Difesa – dalla milizia ultranazionalista del battaglione Azov: una sanguinosa provocazione contro civili tenuti in ostaggio”. Missili anche contro le torri dei ripetitori di radio e telecomunicazioni: in serata le voci dalla città si sono spente e la speranza è stata uccisa anche lungo la colonna degli evacuati. L’esercito russo ha violato la tregua umanitaria vicino a Zelenivka, sparando contro i civili in fuga. Imprecisato il numero delle vittime. Cinque i feriti nelle auto bruciate: tra loro un bambino. Bloccati gli aiuti per gli oltre 300mila asserragliati in città. “Il crimine dell’ospedale in ostaggio – è l’accusa del presidente Volodymyr Zelensky – non si differenzia da quanto è stato fatto da Shamil Basaev. Da oggi anche la Russia diventa apertamente un Paese terrorista”. Basaev è stato il leader del terrorismo separatista ceceno, in guerra contro Mosca. Prima di essere ucciso combatteva per il padre di Ramzan Kadyrov, oggi fedele sicario del Cremlino. Nel 1995 prese in ostaggio 1.600 persone nell’ospedale di Budennovsk, innesco della repressione russa a Grozny. Gli aggressori di oggi, molti dei quali reclutati proprio tra i kadyrovtsy ceceni, hanno imparato l’arte dell’eccidio.

La Croce Rossa definisce la città martire dell’Ucraina “un incubo ad occhi aperti”. Ostaggi nell’ospedale, prigionieri sotto le macerie del teatro e profughi colpiti mentre tentano di abbandonare Mariupol, gli occhi aperti non riescono più a tenerli.

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