Massimo Cacciari Rivera un artista ma ho messo solo la maglia di Kaka

Massimo Cacciari: “Rivera un artista, ma ho messo solo la maglia di Kaká”

La Republica News
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Massimo Cacciari, filosofo, noto tifoso milanista: si aspettava che dopo dieci giornate il Milan fosse primo in classifica?
“No, francamente. Temo però che non duri a lungo. Ha alcuni giocatori molto bravi, palleggia benino, ma non mi pare possedere la forza fisica dell’Inter, né ha l’esperienza al vertice di una Juve. Vorrei sbagliare, è ovvio”.
Qual è il Milan dei suoi sogni? Quello del Gre-No-Li, quello di Rocco-Altafini-Rivera o quello di Sacchi? E perché?
“Sono epoche incomparabili. Con la fisicità del calcio di oggi, pressing asfissiante, eccetera, credo che un Rivera sarebbe impensabile, e forse anche un Altafini. Nordhal magari no. Come spettacolo di gioco certamente il Milan di Sacchi è la squadra italiana più forte degli ultimi 30 anni”.
Qual è la sua filosofia di gioco? E che cosa è davvero una filosofia di gioco?
“Il gioco implica sempre una “filosofia”. Ogni gioco ha la sua, e rispecchia una sorta di “visione del mondo”. Il calcio è una straordinaria combinazione di forza, tecnica, imprevisto,arbitrio (le infinite interpretazioni cui può dar luogo qualsiasi fase del gioco). La sua filosofia è “saggismo” puro. “Saggismo” vuol dire che una partita può esser vista secondo tante prospettive, gli schemi di gioco possono essere infiniti e in continuo movimento, un centro non v’è. Ciò non significa che sia una filosofia irrazionalista, ma certo nessun “sistema” potrebbe comprenderla”.

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Perché ha cominciato a seguire il calcio e perché a tifare per il Milan?
“Milan-Pro Patria a San Siro, bambino coi miei – segna, non ricordo, 5 o 6 goal Nordhal. E fu amore”.
Ha mai avuto una maglia o una sciarpa?
“Una sola volta. Dopo l’ultima finale vinta di Champions mi sono messo la maglia di Kaká – cui ho dedicato un articolo immortale…”
Andava allo stadio? E con chi?
“Da bambino con mia madre. Una volta a Verona in trasferta a momenti linciano ambedue per contumelie varie rivolte a arbitro e squadra di casa”.

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Ma Rivera era “un abatino” come lo chiamava Brera?
“Rivera era un grande artista e Brera lo sapeva benissimo. Ma, certo, lo ripeto, un ultra-leggero rispetto alle corazzate che circolano attualmente, e Brera aveva capito che il calcio era destinato a diventare quello che è. Fatto di cattedrali di soldi, organizzazioni, sponsorizzazioni e non di eleganti, sofisticate, segrete cappelle”.
Dove era il 22 maggio 1963 per la finale di Wimbley contro il Benfica? Mai avuto qualcuno con cui, o per scaramanzia o per piacere, guardava le partite?
“Ero davanti alla tv, e dove se non? Una volta si vedevano sempre le partite in compagnia. Venivano a casa amici e fidanzate, quasi sempre da mia madre, si mangiava un tramezzino e si beveva un sacco. Erano ancora vicini i tempi dello stadio, e se non ci potevi andare lo sostituivi… Ora sono vuoti – ma avevano cominciato a svuotarsi da parecchio”.
Sua madre era milanista e la leggenda vuole che abbia smesso di tifare quando arrivò Berlusconi. Come andò veramente?
“Ahimè sì – e fu quasi impossibile vedere insieme le partite. Alla sofferenza di dover condividere gioie e dolori con Berlusconi, si aggiunse quella di dover combattere con opposte tifoserie”.

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Il gioco di Sacchi sarebbe stato possibile senza quei giocatori? In fondo anche il suo Parma giocava così…
“Non credo sia una domanda sensata. Senza quei giocatori il Milan sarebbe stato appunto il Parma e non avrebbe potuto vincere quello che ha vinto, anche se con mille Sacchi in panchina. Il più bravo cuoco del mondo non preparerebbe i suoi piatti con materie prime diverse da quelle che lui sceglie. Erano i giocatori ideali per quel tipo di gioco. Ma perché ricordare solo gli attaccanti? Era altrettanto il Milano di assoluti fuoriclasse come Baresi e Maldini”.
Gullit le ricorda “Cervo che esce di foresta” come diceva Boskov? Che tipo di giocatore è stato visto che sapeva fare quasi tutto e aveva già un fisico da atleta contemporaneo?
“Epiteti, come sempre per gli “eroi”. Ricorda il “rombo di tuono” breriano per Riva? Oggi non ce ne sono in giro. Perché si creino occorre anche che un atleta sia vissuto come appartenente a una bandiera. Non diventa mai eroe chi svolazza da un campo all’altro. Epoca che sta finendo. In Italia l’ultimo è stato Totti”.
Ama ancora il calcio? E perché piace ancora tanto nonostante la fine della bandiere e una macchina sempre più votata al marketing?
“Forse non lo amo come da giovane, ma continua a essere il gioco che mi appassiona di più. La ragione l’ho già detta: la sua filosofia, che prevede in sé azzardo, fortuna, anche capricci arbitrali – che sarebbe il calcio senza il gusto di discutere sull’arbitraggio? E alcune delle “regole” più pazze del mondo, come quella in base alla quale si dovrebbe decidere la volontarietà o meno di un “mani” (entrando cioè nell’anima del giocatore) e con un rigore decidere magari un’intera partita”.
Chi sono i giocatori che le piacciono di più e perché? Che squadra vorrebbe allenare e con che allenatore le piacerebbe parlare di calcio: Klopp, Guardiola, Mourinho?
“Dirò una bestemmia: né Messi né Ronaldo mi commuovono. Bravissimi, ma non hanno il carisma dei Pelè, dei Di Stefano, dei Maradona, ma neppure dei Gullit. Di calcio mi piacerebbe parlare con Ranieri – o con Bagnoli e con Scopigno,se ci fosse ancora. Cioè con gli autori dei miracoli”.

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Cosa pensa dell’Ibrahimovic di questi ultimi mesi con 11 gol in 10 partite, tra campionato e coppa? E qual è il giocatore del Milan che preferisce oggi e perché?
“Ibra è un grande, ma sarà arduo compito di Pioli gestirlo bene, perché non potrà reggere tutte le partite da qui alla fine. Pioli dovrà scegliere quando, come e quanto utilizzarlo. Finora l’ha fatto benissimo: chiave di volta avanzata, raccoglie, fa salire e smista, correndo lo stretto indispensabile. Ma le altre squadre finiranno col trovare contromisure adeguate. Il Milan può realisticamente porsi in questa stagione l’obbiettivo della Champions, non di più”.
Milano, per ora. è tornata in cima al calcio. Dopo nove scudetti della Juventus è la fine di un’epoca?
“La Juve può rivincerlo ancora – bisognerà vedere come procede in Champions. E’ un campionato tutto falsato – giocare in casa conta molto meno – squadre più o meno colpite dal covid – calendari impazziti e preparazione precaria. Può succedere di tutto. Magari anche che lo vinca il Milan…”.
Meglio Pioli o Conte?
“Sono personalità completamente diverse. Io preferisco Pioli, ma credo che il gioco per fisicità e aggressività stia diventando sempre più contiano”.
Si è definito un milanista progressista. E’ ancora così?
“Giuro, non me lo ricordo. Forse quando c’era Berlusconi… O forse perché da un decennio e più auspico che il Milan “progredisca”…”
Le piacerebbe allenare? E cosa direbbe ai suoi giocatori come prima cosa?
“Beh, forse sì, mi piacerebbe. Fare il sindaco, poi, ci somiglia un po’: da solo non combini nulla, devi saper far giocare un mucchio di persone. Credo che come allenatore sarei però molto “reazionario”: “primo non prenderle”, la difesa è il fondamento della casa, addosso ai migliori avversari à la Trap, e poi velocità: scattare appena possibile in profondità, alla Maldini e alla Donadoni. Così si vincono i campionati del mondo, se non hai i Nordhal, i Liedholm, i Van Basten, i Gullit, i Messi e i Maradona”.



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