Meloni ignora i dubbi del Quirinale sulla riforma della giustizia: “Modifiche al ddl Nordio? Non credo”

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ROMA – La scelta è quella di non mostrare cedimenti, almeno per ora. Giorgia Meloni ha ascoltato, venerdì scorso, le preoccupazioni consegnatele dal capo dello Stato Sergio Mattarella. Ha garantito che rifletterà sui punti controversi della riforma della giustizia. Ma la premier decide di tenere il punto sull’abolizione dell’abuso d’ufficio: “Modifiche? Non credo”, fa sapere.

Il governo, si apprende, non promuoverà alcun emendamento a questa parte della riforma. “Mica stiamo giocando: abbiamo presentato una proposta che va incontro alle richieste della quasi totalità dei sindaci e non cambiamo idea dopo un minuto”, dice un esponente dell’esecutivo. Meloni deve tener conto delle pressioni per l’abolizione del reato che arrivano dalla sua maggioranza, in particolare da Forza Italia: “Andiamo avanti anche sulla questione dell’abuso d’ufficio — dice il segretario di Fi Antonio Tajani — che è un reato che crea danni enormi a tante amministrazioni pubbliche. Non è uno strumento fondamentale e utile per la lotta alla corruzione. A volte troppa burocrazia, troppi ostacoli agevolano la corruzione”. E in parlamento il governo può contare su una maggioranza ampia, che comprende pure Italia Viva e Azione. Allineati e compatti, in questa partita, senza particolari distinguo fra i due leader litigiosi.

Ce n’è abbastanza per consentire a Meloni di segnare una linea rigida, di forzare la mano malgrado i dubbi del Quirinale. Con il messaggio chiaro lanciato da Giovanni Donzelli, uno dei fedelissimi della presidenza del Consiglio: “Abbiamo la legge anticorruzione più all’avanguardia d’Europa, anche togliendo l’abuso d’ufficio restano altri strumenti normativi a tutela della pubblica amministrazione”. Un messaggio che, più concretamente, è arrivato ieri anche attraverso il no della maggioranza, a Montecitorio, alla proposta di direttiva europea che prevede l’abuso d’ufficio, anche nel privato. Il voto della commissione Politiche Ue è motivato da un parere che fa riferimento alla convenzione di Merida, che stabilisce l’autonomia dei singoli Stati in questa materia. Come dire: anche in Italia il governo ha il diritto di agire in autonomia. Un modo con cui Palazzo Chigi sgombra pubblicamente il campo dagli equivoci.

Dall’altro lato, il governo non si preclude la strada di interventi correttivi, anche parziali. L’iter in Parlamento non sarà breve, c’è chi pensa che la riforma possa arrivare alla fase decisiva non prima dell’anno prossimo. Ci sarà margine per verificare cosa accadrà anche in Europa, che volto assumerà la proposta di direttiva anti-corruzione, che in questo momento è affidata alla valutazione dei parlamenti degli Stati membri. Nessuno può escludere un nuovo confronto con il Quirinale, e un cambio di rotta dell’esecutivo di fronte alla moral suasion, già cominciata, del Colle. Che non è intervenuto formalmente adesso ma ha sempre lo strumento del rinvio del testo alle Camere, qualora questo fosse approvato con profili di incostuzionalità.

Sul piano politico la partita è tripla. I rapporti con Mattarella, quelli con Bruxelles, il confronto interno. Con l’opposizione e con i magistrati sul piede di guerra. Ma l’impressione, in ambienti parlamentari, è che il confronto con l’Anm sull’abuso d’ufficio possa divenire meno aspro con un ammorbidimento di altre norme della riforma Nordio, dalla separazione delle carriere alle intercettazioni. Uno dei passaggi più importanti del percorso del governo Meloni è appena agli inizi.

Ma eventuali modifiche all’abolizione dell’abuso d’ufficio, per ora difeso dai colonnelli della premier, arriverebbero contro la volontà di Nordio, e darebbero un segno profondo nei rapporti con il ministro, che vivono una fase non proprio esaltante, dopo le ultime pubbliche bacchettate della prima ministra contro le esternazioni del Guardasigilli sul concorso esterno in associazione mafiosa. A quel punto, a tutti gli effetti, si profilerebbe un commissariamento. Che l’ex magistrato non digerirebbe.

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